Se gli uomini fossero più felici nei secoli passati, questo l’interrogativo da doccia che spinge Daniel1, di professione comico, a compiere un rapido giro d’orizzonte sulla storia della nostra civiltà. Il personaggio di La possibilità di un’isola[1] riconosce che si potrebbe disquisire a lungo della difficoltà dei sentimenti amorosi, evocare l’apparizione della democrazia, la perdita del senso del sacro, lo sfilacciarsi del legame sociale. A tali temi, del resto, egli stesso ha dedicato numerosi sketch. Ma si potrebbe addirittura continuare e rimettere in causa il progresso scientifico e tecnologico, chiedendosi per esempio se il miglioramento delle tecniche mediche non sia stato pagato con una crescita del controllo sociale e una diminuzione globale della gioia di vivere. Insomma, tutto si può dire, soprattutto se si tratta di far ridere. Quello che appare incontestabile, l’unica cosa su cui non ha nemmeno senso scherzare, è il consumo: niente, in nessun’altra civiltà, in nessun’altra epoca, potrebbe essere comparato alla perfezione di un centro commerciale contemporaneo funzionante a pieno regime.