È sempre in agguato la celebre questione dell’ombelico, del guardarsi l’ombelico». Così Emanuele Trevi, già vent’anni fa, in uno dei suoi primi libri “in prima persona”, L’onda del porto (Laterza, 2005). A tutt’oggi resta questa, inappellabile, la condanna che infligge la doxa agli artisti che non lascino ricondurre il proprio lavoro alla più accigliata stentorea e generica partecipazione alle cose-del-mondo. La tavolozza è ristretta d’ufficio all’agenda catastrofista dei media, e non si contano i fervorini in favore della pace, della tutela dell’ambiente, dei diritti delle minoranze: replicando all’infinito quanto ci mette tutti d’accordo a priori. Se qualcuno un minimo prova a smarcarsi dall’ovvio, ecco lo stigma: basta guardarsi l’ombelico! Ci si sollevi dalla posizione fetale, si getti il proprio corpo nella lotta!
