sabato 14 febbraio 2026

DOPO IL 2000 SOLO MERCIFICAZIONE ASSOLUTA. IL TOTALITARISMO DELL'INDUSTRIA CULTURALE E NON SOLO. PICCININI L., David Marx, saggista militante: “Un like ci seppellirà”, D. LA REPUBBLICA, 11.02.2026

In un saggio di 400 pagine, un’impietosa analisi degli ultimi 25 anni. In cui tutto è in vendita e niente è sperimentazione: “La fantasia è morta”

In questo articolo, le "contemplazioni tecnologiche" dell’artista Summer Wagner: "Da Los Angeles catturo la banalità del mondo". 

 Che ci faceva un ceo di Goldman Sachs nelle vesti di dj sul palco del Lollapalooza festival? Da quando “venduti” è diventato sinonimo di “successo”? E non si può più criticare il pop commerciale (anche se fa schifo) perché non sarebbe democratico? Giriamo le domande a David Marx, saggista militante e non per via del suo cognome – “In America pensano più ai comici che ai filosofi” –, che ha scritto quasi 400 pagine di Storia culturale del XXI secolo. Che in realtà è il sottotitolo di: Blank Space, lo spazio vuoto (edito da Viking). “C’era un pezzo di storia che mancava. Ma non sapevo come prenderla, questa massa di informazioni che però pareva un grande blur. Negli ultimi 25 anni non ci siamo più mossi dal vecchio modo, ogni decennio uno stile. Tutto ha iniziato a confondersi, nulla svanisce più per fare spazio al nuovo”. E qui cita l’attivista bolognese Franco Berardi: “Una lenta cancellazione del futuro”.


Dopo il pop-timismo di inizio secolo, lo stallo e la noia.

“Sembrava che le cose potessero andar solo meglio e la cultura farsi ancora più interessante. Internet prometteva una piattaforma per tutte le nicchie e di celebrare la differenza anziché la temuta omologazione. Lo streaming portò alla golden age della tv. Ma dieci anni più tardi non vediamo niente dei cambiamenti che si aspettavano, solo una montagna di riferimento retrò”.

La parola sellout, venduti, non è più una vergogna.

“Cambiano gli indicatori del successo, oggi sono le visualizzazioni, i like alla portata di tutti. I nuovi arrivati passano tutto il tempo a costruire una propria identità basata su un qualche futuro business: è la monetizzazione. Un cambiamento enorme. La cultura smette di essere uno spazio di sperimentazione a sé stante, autonomo. L’underground si allinea convinto alle leggi del pop “commerciale”, che era un dispregiativo: annacquare la propria visione creativa per piacere al mainstream, come dice Chuck Klosterman in Novanta (pubblicato in Italia da 66thand2nd, ndr.)”.

La musica perde la sua centralità generazionale…

“Gli smartphone sono il principale mezzo per esprimersi e comunicare, che erano i motivi per cui ci si avvicinava alla musica, ai concerti, alle magliette delle band. Ora la tua “attività culturale” può essere mettere mi piace, o condividere”.

Blank Space è anche una canzone di Taylor Swift. Lei le dà della calcolatrice. E Bob Dylan, invece, davvero non inseguiva solo il successo?

“Se prendi la Swift dell’inizio, puoi dire che a volte è innovativa in termini di testi o altro, ma poi prevale il business. Perfino la rivendicazione femminista fa leva sui soldi: riappropriarsi del proprio repertorio o stressare ogni singolo facendone mille versioni – la logica del feat – per massimizzare i ricavi. Così ha finito per non fare più ciò che l’arte ha fatto per molto tempo: ovvero sovvertire le aspettative dei fan. Prendiamo Bob Dylan: non è che a lui non piacesse essere popolare e probabilmente anche fare soldi, ma aveva sempre forte l’idea di spingersi verso qualcosa di diverso da ciò che aveva fatto prima. Se i fan lo volevano artista folk, lui decideva di essere rock. E se chiedevano che diventasse rock, allora faceva album gospel. Questa tendenza a rompere le aspettative, in questo “secolo noioso” è morta”.

I soldi sono il colpevole numero uno?

“Mettiamola così, in un’economia super fast dove è difficile guadagnare l’attenzione del pubblico perché ci sono un mare di informazioni, l’unico modo di mostrare la propria eccellenza è guadagnare molto, ma molto. I soldi diventano l’unico vero modo di essere presi seriamente come artisti. Mentre in passato potevi dire: “Ok, i critici non mi capiscono, sono un artista incompreso”: era l’underground. Gli incentivi che valevano nel XX secolo penso abbiano perso tutto il loro valore nel XXI. Senza like, sei un fallimento”.

E la monocultura, anche lei è sotto accusa?

“Prendi la trap. Ogni genere di musica globale se n’è appropriato senza fantasia. Pochissime nuove star, tutto molto uguale. La moltiplicazione dei trapper (a parte Kendrick!) mi ricorda le Labubu”.

Dalla GenX ai Millennial, un disastro?

“Io sono del ’68, piena GenX, così ho potuto vedere lo spostamento di valori tra quelli come me a cui piaceva la musica indie, e quelli dopo che invece adoravano Britney Spears. Ogni generazione deve avere uno switch estetico andando contro la precedente. Ma decisivo è che i Millennial abbiano fatto una cosa che la cultura della GenX non riusciva più, o aveva smesso di fare: divertirsi e basta. Prima dovevi prendere il fallimento seriamente e odiare tutto, da Foster Wallace a Cobain. Una mossa innocente, che ha portato agli hipster, agli Strokes”.

Non ribellarsi al sistema, quindi, ma entrare nel nuovo mondo delle tecnologie e del lavoro digitale...

“Non so se Mark Zuckerberg sia stato una figura ispiratrice per i Millennial. Ma certo ha messo nella testa di tutti l’idea che si possa “fare la copia di un sito web” e diventare miliardari. Cercare il successo aziendale. Mi irrita e disgusta che gruppi, tipo quelli delle criptovalute, si atteggino a sottoculture, antisistema, come fu il punk. Una simulazione per diventare solo più ricchi di altri”.

E la fine dell’ironia? Lei cita anche Graydon Carter di Vanity Fair, che la preannunciò dopo l’11 settembre…

“L’ironia è usata per giustificare il razzismo o la destra. Funziona in questo modo: qualcuno in vista (Trump o Kanye West) dice “invaderò la Groenlandia” e la gente risponde “scherza”. Invece è tremendamente serio. Schema perverso dove devi indovinare se è una battuta postmoderna o una minaccia vera”.

La destra è diventata meno uncool?

“Gavin McInnes, uno dei fondatori di Vice, che pure è il media più rilevante del XXI secolo, è diventato capo della alt-right. Ma è un dato di fatto che la destra non sia stata granché interessata alla creatività, gli unici nella mia testa sono i vostri Marinetti e D’Annunzio. A sinistra esistevano due fazioni: una per la cultura al servizio del governo, tipo propaganda maoista, e una liberal e pop. Si sono fuse quando si è iniziato a dire che tutto è politico. La qualità passa in secondo piano, le cancellazioni per correttezza sostituiscono quelle per fini estetici. Con qualche rischio”.

E adesso, che si fa? Antidoti antinoia?

“Ho figlie adolescenti. La GenZ può incanalare il ritrovato cinismo verso il business, riscoprendo la creatività al di fuori del capitalismo”.

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