giovedì 12 febbraio 2026

FILOSOFIA. LA SCOMPARSA DI DARIO ANTISERI. CARIOTI A., Morto il filosofo Dario Antiseri, CORRIERE DELLA SERA, 12.02.2026

 L’ impegno per la diffusione delle idee liberali in Italia era lo scopo che si era dato nella vita pubblica il filosofo Dario Antiseri, scomparso nella notte tra l’11 e il 12 febbraio all’età di 86 anni nella sua casa di Cesi di Terni. Non si trattava affatto di un compito facile. C’era voluta infatti una gran fatica per convincere non le case di maggior prestigio, ma il piccolo editore Armando a pubblicare in Italia nel 1973, con un ritardo di quasi vent’anni, l ’opera politico-filosofica più importante di Karl Popper La società aperta e i suoi nemici. Non ci fosse stata l’ostinazione di Antiseri, semisconosciuto professore poco più che trentenne, sarebbe certamente passato molto altro tempo.




D’altronde le battaglie intellettuali minoritarie non spaventavano Antiseri. In un’Italia dove l’intervento dello Stato veniva invocato ad ogni piè sospinto, non smetteva di tessere le lodi del mercato. Di fronte alla pretesa dei marxisti di conoscere in anticipo il corso della storia, insisteva sulla fallibilità umana come fondamento dell’autentica conoscenza. Aveva contribuito a far conoscere gli autori della scuola austriaca delle scienze sociali, come Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, quegli stessi studiosi che spesso oggi vengono superficialmente demonizzati come alfieri del deprecato neoliberismo. Antiseri era cattolico, ma giudicava un errore pretendere di dimostrare attraverso prove razionali l’esistenza di Dio. A san Tommaso d’Aquino preferiva di gran lunga il sofferto pensiero religioso del giansenista Blaise Pascal e del cristiano inquieto Søren Kierkegaard. A scienza, filosofia e fede è dedicato anche l’ultimo saggio pubblicato da Antiseri, I dubbi del viandante, uscito per Rubbettino nel 2025.

Da credente, aveva intrecciato un dialogo fecondo con l’ateo Giulio Giorello: li univa l’amore incondizionato per la libertà. Destra e sinistra erano per Antiseri scatole vuote. A suo avviso la vera discriminante era tra liberali, convinti che la competizione sia la molla del progresso, e statalisti, persi nell’illusione che dall’alto si possa governare lo sviluppo della società. Quando Silvio Berlusconi nel 1996 aveva offerto un seggio ad alcuni intellettuali di spicco, i cosiddetti «professori di Forza Italia», Antiseri aveva declinato l’invito. Voleva mantenere la propria indipendenza da ogni partito. E non aveva mancato di rivolgere critiche, mai pregiudiziali, sempre motivate, alla coalizione di centrodestra. In fondo aveva una concezione piuttosto pessimistica della politica. In piena sintonia con Popper, riteneva che ci si dovesse chiedere non chi deve governare, ma come tenere sotto controllo i detentori di un potere inevitabilmente corruttore.

Le scarse soddisfazioni sul piano politico erano state però compensate dagli importanti riconoscimenti in campo culturale. Insieme a Giovanni Reale, anch’egli cattolico, Antiseri aveva pubblicato per l’editrice La Scuola un manuale di filosofia, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, tradotto in diverse lingue, tra cui il russo. Nel febbraio 2002 Antiseri e Reale avevano ricevuto la laurea honoris causa dall’Università di Mosca. Nato il 9 gennaio 1940 a San Giovanni Profiavenea, un piccolo centro nei pressi di Foligno (Perugia), Antiseri veniva da una famiglia di condizioni modeste: suo padre faceva l’operaio, la madre lavorava nei campi. Lo si intuiva dalla sua prorompente cordialità d’impronta popolana.

Da giovane aveva vinto borse di studio che gli avevano permesso di laurearsi in Filosofia a Perugia e poi di andare a specializzarsi a Vienna, Münster e Oxford. Nella capitale austriaca aveva incontrato per la prima volta Popper, nel 1964, ed era rimasto impressionato dal suo modo limpido e ficcante di argomentare. Terminati gli studi all’estero, Antiseri era tornato in Italia, dove aveva insegnato Filosofia della scienza per undici anni, dal 1975 al 1986, presso l’Università di Padova. In quel periodo nell’ateneo veneto era molto forte l’Autonomia operaia, dedita anche allo squadrismo violento, e per un filosofo popperiano non tirava un’aria salubre: lui stesso confessava di aver avuto paura. Poi Antiseri era passato alla Luiss di Roma come docente di Metodologia delle scienze sociali. E vi era rimasto fino al 2009. Nel frattempo anche le idee di Popper si erano fatte strada, sia pure a fatica, soprattutto grazie agli sforzi di Antiseri.

Non era uno scherzo far digerire in Italia un pensatore che aveva l’ardire di definire totalitarie le teorie di Platone e di apostrofare Karl Marx come «falso profeta». Più agevole, soprattutto dopo la discesa in campo di Berlusconi, fu raccogliere consensi quando Popper segnalò i pericoli derivanti dall’invadenza di un mezzo televisivo propenso a inseguire gli ascolti offrendo agli spettatori volgarità e violenza. Anche su questo allarme Antiseri si era trovato d’accordo. Grande importanza, nella visione del filosofo umbro, aveva la formazione delle nuove generazioni. Per restituire dinamismo al sistema dell’istruzione, nel quadro di un’aperta concorrenza tra pubblico e privato, Antiseri aveva proposto il buono scuola: una somma di denaro da mettere a disposizione delle famiglie, lasciandole libere di usarla a favore dell’istituto, statale o non statale, scelto per i propri figli. Una soluzione che era apparsa troppo radicale anche alla gerarchi ecclesiastica, che aveva preferito altre forme di finanziamento della scuola privata.

D’altronde nel mondo cattolico Antiseri era una figura anomala. Riteneva l’avvento del cristianesimo la più grande rivoluzione della storia, per il valore che aveva attribuito alla coscienza individuale. Ma il suo relativismo su tutte le questioni non concernenti la fede appariva sospetto agli integralisti. E con gli eredi di Giuseppe Dossetti era in forte dissenso, poiché li rimproverava di aver trascurato l’insegnamento di don Luigi Sturzo, che negli ultimi anni, di ritorno dall’esilio americano, aveva sposato posizioni nettamente antistataliste. In generale Antiseri, proprio in quanto cultore del metodo scientifico, era preoccupato per la decadenza degli studi umanistici, minacciati da una visione piattamente utilitaristica del sapere. Era per esempio uno strenuo difensore della versione di latino e di greco, quale «inestimabile e irrimpiazzabile allenamento mentale» per lo sviluppo del senso critico. La moltiplicazione degli stimoli provocata dalla rivoluzione digitale, a suo avviso, richiedeva una forte attenzione alla comprensione dei testi. Un’esigenza che riassumeva nello slogan «più filologia nel mondo di Google».

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