Che cos’è una vita buona? La domanda è antica quanto la filosofia. Ma, a parte i «filosofi di professione», quasi nessuno sembra più porsela. E persino questi ultimi non sono più capaci di fornire risposte convincenti. È la constatazione formulata da Alasdair MacIntyre a partire dal suo libro Dopo la virtù, pubblicato nel 1981.
Deceduto lo scorso maggio nell’Indiana, Alasdair MacIntyre era nato a Glasgow nel 1929. In gioventù voleva diventare pastore presbiteriano, poi divenne marxista ateo prima di convertirsi al cattolicesimo a 54 anni leggendo Tommaso d’Aquino. Filosofo, insegnò in una mezza dozzina di università tra le più prestigiose degli Stati Uniti, senza aver mai sostenuto una tesi di dottorato. Questo gli permise di conservare una distanza ironica e critica nei confronti dei suoi colleghi. «La filosofia morale universitaria — scrive nel suo ultimo libro — a un certo punto della sua storia ha preso una cattiva direzione, ha imboccato la strada sbagliata e si è data il compito (…) di scalare la montagna sbagliata».
Uno dei problemi, per MacIntyre, è che l’indagine filosofica è diventata dominio esclusivo dei professori universitari: persone molto dotte ma «limitati nella loro esperienza di vita». «Raramente saranno stati soldati o delegati sindacali, avranno lavorato in fattorie, su pescherecci o in cantieri edili», osserva. Eppure, secondo lui, non esiste buona filosofia morale che non sia radicata nei problemi quotidiani delle persone comuni. È esattamente il contrario di quanto ha fatto la filosofia morale dall’Illuminismo in poi, rifugiandosi nell’astrazione e separandosi dal campo dei fatti. Così concepita, la morale è diventata oggetto di dispute intellettuali senza fine tra kantiani, utilitaristi o contrattualisti, senza alcuna risonanza per la gente comune.
Per MacIntyre, il fallimento dei filosofi dall’Illuminismo in poi nel tentativo di orientare le nostre vite senza riferirsi a Dio o alla legge naturale «ci lascia in uno stato di disordine intellettuale e morale di grande portata». Come sottolinea il suo traduttore in francese Godefroy Desjonquères, «la morale premoderna si fondava sulla legge naturale e su quella divina; la morale moderna rifiuta entrambe e, pur conservando quasi intatte le prescrizioni che eredita, le lascia senza giustificazione. “Fa’ questo perché Dio te lo ordina come mezzo naturale della tua felicità” è diventato “Fa’ questo”.» Da qui nasce il vuoto morale degli individui moderni, che si contorcono per dare una vernice morale alle loro preferenze personali: «utilitaristi al mattino, kantiani nel pomeriggio, invocando i diritti umani in società e l’efficienza in ufficio».
In molte situazioni quotidiane, dunque, la morale non è più in grado di giustificare le nostre azioni, e ancor meno di risolvere i nostri disaccordi. L’individuo moderno non sa più che cosa debba desiderare. La questione è però cruciale in un’epoca in cui la società dei consumi mira proprio a distoglierci da ciò che la vita buona richiederebbe di desiderare. Essa «crea società di consumatori nelle quali i prodotti possono essere commercializzati con successo solo se i desideri dei consumatori sono orientati verso gli oggetti consumabili che l’economia ha bisogno che essi desiderino». Per combattere — tra l’altro — i miraggi della pubblicità, abbiamo dunque bisogno di una morale che si incarni nella pratica. È ciò che Aristotele chiama phronesis e Tommaso d’Aquino prudentia. In entrambi, «l’intelligenza pratica, la capacità di giudicare e di agire tenendo conto delle particolarità, è la virtù morale e intellettuale per eccellenza».
Si potrebbe pensare a nuove sottigliezze accademiche. Ma la questione è molto concreta, quasi banale, ed essenziale: si tratta né più né meno di non fallire la propria vita. Come diagnostica MacIntyre, «una vita umana può andare male in diversi modi». E lo scopo è evitare che le nostre vite «vadano male a causa di un desiderio mal orientato o frustrato». Il modo migliore di fallire la propria vita, secondo lui, è comportarsi da homo œconomicus che massimizza le proprie preferenze individuali. Piuttosto che questo calcolo utilitaristico personale, bisogna cercare il bene all’interno della propria comunità. «È prima imparando a contribuire ai beni della famiglia e della casa in cui ci troviamo, e poi imparando a impegnarci nelle varie attività della scuola, del lavoro, dello sport» che educhiamo il nostro desiderio e apprendiamo la virtù.
Buon lettore di Marx, il pensatore scozzese si preoccupa delle conseguenze di un modo di produzione che distrugge le comunità tradizionali e priva i lavoratori della finalità del loro lavoro. Questo impedisce loro di perseguire i «beni interni» alla propria pratica professionale (un pasticcere che realizza una bella torta sviluppa, per esempio, il senso estetico e il gusto), lasciando come unica contropartita il salario, un «bene esterno» che contribuisce a deformare i desideri imponendo l’idea che il denaro possa essere l’unico fine.
La deformazione dei desideri nella tarda modernità è accentuata dalla compartimentazione delle sfere della vita sociale, spiega: l’etica si è separata dalla politica e lo Stato moderno si è costruito contro la concezione aristotelica della politica, che mirava alla ricerca del bene comune. Eppure è proprio questa ricerca comune che produce morale e comportamenti virtuosi. Per MacIntyre bisogna dunque tornare all’idea di finalità condivise su scala di comunità locali affinché l’uomo ritrovi la sua natura di animale politico. Ciò implica anche riconoscere l’importanza della tradizione, non come eredità immobile ma come quadro morale entro cui gli individui possono evolvere: una tradizione viva, vissuta e raccontata.
La critica dell’individualismo liberale di MacIntyre lo ha collocato tra i maggiori pensatori «comunitaristi», accanto a Michael Sandel, Charles Taylor e Michael Walzer. La sua filosofia delle virtù, la sua insistenza sulla tradizione e il suo cattolicesimo ne fanno tuttavia una figura singolare. Nonostante una prosa talvolta arida, interrotta da passaggi caustici, ha conquistato un vasto pubblico al di là dei circoli accademici. In Inghilterra e negli Stati Uniti è oggi molto apprezzato dai post-liberali, che continueranno senza dubbio a far vivere il suo pensiero dopo la sua morte.
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