La storia dell’industria culturale è caratterizzata dalla sussunzione delle forme estetiche da parte del mercato che raggiunge il suo stadio apicale con l’avvento del cosiddetto capitalismo artistico o meglio estetico (Lipovetsky e Serroy 2017). Il passaggio dagli anni sessanta ai settanta è un momento decisivo nell’analisi di tale transizione. Se Guy Debord ha insistito sullo spettacolo come massima esaltazione del feticismo della merce, negli stessi anni Jean Baudrillard ha celebrato il tramonto dell’oggetto funzionale e la trasformazione della merce da valore d’uso e di scambio in valore-segno. Secondo V. Codeluppi, con la transizione dalla vecchia industria culturale alla nuova società delle piattaforme, si consolida il dominio del capitalismo estetico che recentemente è riuscito a “installarsi potentemente nella cultura del mondo occidentale soprattutto perché le società ipermoderne hanno avuto la capacità d’intensificare i loro flussi interni”.



