mercoledì 8 aprile 2020

EPIDEMIE PANDEMIE. RIFLESSIONI DI UN FILOSOFO. A. BADIOU, Sulla situazione epidemica, DOPPIOZERO, 27 marzo 2020


Si direbbe che la prova epidemica dissolve ovunque l’attività intrinseca della Ragione e obbliga i soggetti a ritornare ai tristi effetti – misticismo, narrazioni, preghiere, profezie e maledizioni – a cui il Medioevo era abituato quando la peste ripuliva i territori.

Di conseguenza, mi sento un po’ obbligato a mettere insieme alcune idee semplici. Direi volentieri cartesiane.
(…)
Questo transito locale tra specie animali fino ad arrivare all’uomo costituisce il punto d’origine di tutta la faccenda. Solo allora entra in gioco un fatto fondamentale del mondo contemporaneo: l’accesso del capitalismo di Stato a un rango imperiale, vale a dire una presenza intensa e universale sul mercato mondiale. Da qui, innumerevoli reti di diffusione, prima che, chiaramente, il governo cinese fosse in grado di confinare totalmente il punto d’origine – di fatto, una provincia intera, quaranta milioni di persone –, cosa che alla fine riuscirà a fare con successo, ma troppo tardi affinché all’epidemia fosse impedito di diffondersi per le vie – gli aerei, le navi – dell’esistenza mondiale.


Un dettaglio rivelatore di ciò che definisco la doppia articolazione di un’epidemia: oggi, Sars 2 è arginata a Wuhan, ma vi sono numerosi casi a Shangai, dovuti prevalentemente a persone, cinesi in generale, provenienti dall’estero. La Cina è, pertanto, un luogo in cui si osserva l’annodamento, per una ragione arcaica, e poi moderna, tra un crocevia natura-società su mercati maltenuti, di forma antica, causa della comparsa dell’infezione, e una diffusione planetaria di questo punto d’origine, trasportata, essa, dal mercato mondiale capitalista e dai suoi spostamenti, tanto rapidi quanto incessanti.

Dopo di che, si entra nella tappa in cui gli Stati cercano, localmente, di arginare questa diffusione. Notiamo, per inciso, che questa determinazione rimane fondamentalmente locale, mentre l’epidemia, essa, è trasversale. Nonostante l’esistenza di alcune autorità transnazionali, è evidente che sono gli Stati borghesi locali a essere sulla breccia.

Siamo qui di fronte a una delle contraddizioni principali del mondo contemporaneo: l’economia, compreso il processo di produzione di massa di manifattura, rappresenta un mercato globale. Sappiamo che la semplice fabbricazione di un telefono cellulare mobilita manodopera e risorse, anche minerarie, in almeno sette stati diversi. Ma d’altra parte, i poteri politici rimangono essenzialmente nazionali. E la rivalità degli imperialismi, vecchi (Europa e USA) e nuovi (Cina, Giappone...), proibisce qualsiasi processo di uno Stato capitalista mondiale. L’epidemia è anche un momento in cui questa contraddizione tra economia e politica è flagrante. Perfino i paesi europei non riescono ad adeguare per tempo le loro politiche nei confronti del virus.

In preda a questa contraddizione, gli stessi Stati nazionali cercano di affrontare la situazione epidemica rispettando il più possibile i meccanismi del Capitale, anche se la natura del rischio li obbliga a modificare lo stile e gli atti del potere.
È noto da tempo che in caso di guerra tra i Paesi, lo Stato deve imporre notevoli vincoli, non solo ovviamente alle masse popolari, ma anche ai borghesi stessi, per salvare il capitalismo locale. Delle industrie possono venir quasi nazionalizzate a vantaggio di una sfrenata produzione di armi che, sul momento, non produce alcun valore aggiunto monetizzabile. Molti borghesi vengono mobilitati come ufficiali ed esposti alla morte. Gli scienziati cercano notte e giorno di inventare nuove armi. Molti intellettuali e artisti sono tenuti ad alimentare la propaganda nazionale, etc. 
Di fronte a un’epidemia, questo tipo di riflesso statale è inevitabile. Ecco perché, contrariamente a quanto si dice, le dichiarazioni di Macron o Philippe sullo Stato che improvvisamente torna a essere “provvidenza”, sulla spesa per sostenere le persone senza lavoro, o i lavoratori autonomi i cui negozi vengono chiusi, impegnando cento o duecento miliardi di denaro dello Stato, l’annuncio stesso delle “nazionalizzazioni”: tutto questo non è né sorprendente, né paradossale. Ne consegue che la metafora di Macron, “siamo in guerra”, è corretta: guerra o epidemia, lo Stato è costretto, a volte spingendosi oltre il normale gioco della sua natura di classe, a mettere in atto pratiche al contempo più autoritarie e più globali nel loro intento, per evitare una catastrofe strategica.
Questa è una conseguenza perfettamente logica della situazione, il cui scopo è quello di arginare l’epidemia – vincere la guerra, per usare la metafora di Macron – nel modo più sicuro possibile, pur rimanendo all’interno dell’ordine sociale stabilito. Non è affatto una commedia, è una necessità imposta dal diffondersi di un processo mortale che incrocia la natura (da qui il ruolo eminente degli scienziati in questa materia) e l’ordine sociale (da qui l’intervento autoritario, e non può essere altrimenti, dello Stato). 

Che in questo sforzo appaiano grandi carenze è inevitabile. Così la mancanza di maschere protettive o l’impreparazione rispetto all’entità del ricovero in ospedale. Ma chi può davvero vantarsi di aver “previsto” questo genere di cose? Per alcuni aspetti, lo Stato non aveva previsto la situazione attuale, è vero. Si può addirittura dire che, avendo indebolito per decenni il sistema sanitario nazionale, anzi tutti i settori dello Stato che erano al servizio dell'interesse generale, esso abbia piuttosto agito come se nulla di simile a una pandemia devastante potesse colpire il nostro Paese. Cosa di cui è pienamente colpevole non solo nella sua versione Macron, ma in quella di tutti coloro che lo hanno preceduto per almeno trent’anni.
La lezione di tutto questo è chiara: l’attuale epidemia non avrà, in quanto tale, in quanto epidemia, conseguenze politiche rilevanti in un paese come la Francia. Anche supponendo che la nostra borghesia pensi, di fronte al sorgere di lamentele informi e di slogan incoerenti ma diffusi, che sia giunto il momento di sbarazzarsi di Macron, ciò non rappresenterà assolutamente un cambiamento degno di nota. I candidati “politicamente corretti” sono già dietro le quinte, così come i fautori delle forme più ammuffite di un “nazionalismo” obsoleto e ripugnante.
Quanto a noi, che desideriamo un cambiamento reale nei dati politici di questo Paese, dobbiamo approfittare dell’intermezzo epidemico, e persino del – necessario – confinamento, per lavorare a delle nuove figure della politica, al progetto di luoghi politici nuovi e al progresso transnazionale di una terza tappa del comunismo dopo quella, brillante, della sua invenzione e quella interessante, ma infine sconfitta, della sua sperimentazione statale.
Bisognerà altresì passare per una critica serrata dell’idea per cui dei fenomeni come un’epidemia aprano di per se stessi ad alcunché di politicamente innovativo. Oltre alla trasmissione generale di dati scientifici sull’epidemia, solamente delle nuove affermazioni e convinzioni su ospedali e sanità pubblica, scuole e istruzione egualitaria, assistenza agli anziani e altre questioni simili manterranno la loro forza politica. Sono le sole che potranno eventualmente essere collegate a un bilancio delle pericolose debolezze messe in luce dalla situazione attuale.   

Per inciso, si evidenzierà coraggiosamente, pubblicamente, che i cosiddetti “social network” – oltre a ingrassare i più grandi miliardari del momento – dimostrano ancora una volta di essere prima di tutto un luogo dove si diffondono sfacciate paralisi mentali, voci indiscriminate, la scoperta di “novità” antidiluviane, quando non un oscurantismo fascistizzante.

Diamo credito, anche e soprattutto mentre siamo confinati, solo alle verità controllabili della scienza e alle prospettive fondate di una nuova politica, delle sue sperimentazioni localizzate e del suo obiettivo strategico.

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   A leggere una serie di articoli che raccontano cosa avrebbero scoperto, nel silenzio accademico non confortato da nessuna attività di divulgazione che portasse quelle ricerche all’attenzione dell’opinione pubblica (in compenso, negli ultimi anni, almeno in Italia, si sono formati drappelli di adepti della cura Di Bella, di Stamina e dei No Vax), virologi e ricercatori nel corso del tempo, c’è da dire che l’epidemia in corso era stata prevista o comunque poteva essere considerata prevedibile. Per cui la comunità scientifica qualcosa aveva fatto negli anni scorsi per preparare una eventuale controffensiva se non altro sanitaria anche a livello mondiale vista l’interconnessione prodotta dalla globalizzazione economica di questi anni.
   Queste ricerche, cinesi e nord-americane, sembrano accomunate da una ipotesi secondo la quale sarebbero i pipistrelli gli animali da cui i virus detti coronavirus  sarebbero, per così dire, espatriati nel corso degli anni per finire negli organismi, prima di altri animali (leggi, maiali) e poi in quelli dell’uomo. Il passaggio da pipistrello a maiale e poi ad uomo fu grosso modo spiegato in un rapporto cinese apparso su NATURE
“in cui i ricercatori, oltre a segnalare al loro paese il focolaio rilevante di apparizione di nuovi virus ed enfatizzare l’alta possibilità di una loro trasmissione agli esseri umani, facevano notare come la crescita dei macro-allevamenti di bestiame avesse alterato le nicchie vitali dei pipistrelli”.
   Qui ci troviamo di fronte ad un classico fenomeno che spesso si è ripetuto nella storia: la ricerca scientifica indica, come causa dell’apparizione di nuovi virus, un certo modo di praticare l’allevamento di bestiame, indica, cioè, in una causa di natura economica l’origine di un fenomeno altamente letale per gli animali e per l’uomo. Dunque, di fronte alla domanda: da dove vengono questi virus che si susseguono così rapidamente da diversi anni, la risposta è altrettanto chiara. Dal modo di produrre carne per soddisfare una domanda di alimentazione che non è più locale, ma, nell’epoca della globalizzazione, mondiale. Quindi un fabbisogno di immense quantità di prodotto in tempi sempre più rapidi; e dove si produce tutto questo? In Cina, la ‘fabbrica del mondo’ da ormai 20 anni. Il paradosso è che scienziati cinesi accusino altri cinesi, in questo caso produttori in cerca di profitti, di fare affari alimentando, di fatto, non tanto la popolazione mondiale con i loro maiali, uccelli e quant’altro, quanto la diffusione pandemica, globale, di organismi patogeni in grado di mettere in ginocchio, fra l’altro, quelle stesse economie.
   Un circolo vizioso di fronte al quale i poteri politici ed economici, alleati fra loro, fanno finta di niente. E dove il potere politico è particolarmente irruento, può anche accadere che cerchi di tappare la bocca proprio a chi sta per svelare il rischio impellente al mondo. Il caso del medico cinese, messo agli arresti per aver  comunicato lo scoppio di un’epidemia già a dicembre, poi liberato e morto proprio in seguito alla diffusione del virus, dimostra come sia possibile che un conflitto fra poteri possa comportare esiti così devastanti.
   Se la scienza, una volta tanto libera e disinteressata come dovrebbe sempre essere,  individua e indica obiettivamente le cause di un fenomeno nel sancta sanctorum della religione odierna, cioè dell’economia, può accadere che, in nome di interessi legati al denaro e al profitto, quelle indicazioni vengano screditate, disattese, sottovalutate, quando non bloccate con le maniere forti (sullo sfondo i casi canonici di Giordano Bruno e di Galileo).

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