sabato 11 aprile 2020

EPIDEMIE PANDEMIE E STATO D'ECCEZIONE.RISPONDE AD AGAMBEN R. ESPOSITO.Curati a oltranza, ANTINOMIE, 28 febbraio 2020

Leggendo questo testo di Nancy ritrovo i tratti che da sempre lo caratterizzano – in particolare una generosità intellettuale che io stesso ho sperimentato in passato, traendo ampia ispirazione da suo pensiero, soprattutto nei miei lavori sulla comunità. Ciò che a un certo momento ha interrotto il nostro dialogo è stata la netta avversione di Nancy al paradigma di biopolitica, cui ha sempre opposto, come anche in questo stesso testo, la rilevanza dei dispositivi tecnologici – come se le due cose dovessero necessariamente essere in contrasto. Quando invece perfino il termine «virale» indica una contaminazione biopolitica tra linguaggi diversi – politici, sociali, medici, tecnologici – unificati dalla stessa sindrome immunitaria, intesa come polarità semanticamente contraria al lessico della communitas. Benché lo stesso Derrida abbia abbondantemente fatto uso della categoria di immunizzazione, probabilmente nel rifiuto di Nancy di confrontarsi con il paradigma di biopolitica può aver influito la distonia che ha ereditato da Derrida nei confronti di Foucault. Stiamo comunque parlando di tre tra i maggiori filosofi contemporanei.
Roy Andersson, You, the Living
Immagine dal sito ANTINOMIE



Sta di fatto che oggi chiunque abbia gli occhi per vedere non può negare il pieno dispiegamento della biopolitica. Dagli interventi della biotecnologia su ambiti una volta considerati esclusivamente naturali come la nascita e la morte, al terrorismo biologico, alla gestione dell’immigrazione e di epidemie più o meno grave, tutti i conflitti politici attuali hanno al centro la relazione tra politica e vita biologica. Ma proprio il richiamo a Foucault deve indurci a non perdere di vista il carattere storicamente differenziato dei fenomeni biopolitici. Un conto è sostenere, come fa appunto Foucault, che da due secoli e mezzo politica e biologia si sono avvitate in un nodo sempre più stretto, con esiti problematici e a volte tragici. Un altro è omologare tra loro vicende ed esperienze incomparabili. Personalmente eviterei di mettere in una qualsiasi relazione le carceri speciali con una quarantena di un paio di settimane nella Bassa. Certo, sotto il profilo giuridico, la decretazione di urgenza, da tempo applicata anche in casi in cui non ce ne sarebbe bisogno come questo, spinge la politica verso procedure d’eccezione che alla lunga possono minare l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo. Ma arrivare a parlare, in questo caso, di rischio per la democrazia mi parrebbe quantomeno esagerato. Io credo che si debba cercare di separare i piani, distinguendo processi di lungo periodo dalla cronaca recente. Sotto il primo profilo da almeno tre secoli politica e medicina si legano in un’implicazione reciproca che ha finito per trasformarle entrambe. Da un lato si è determinato un processo di medicalizzazione di una politica che, apparentemente sgravata da vincoli ideologici, si mostra sempre più dedita alla “cura” dei propri cittadini da rischi che spesso è essa stessa a enfatizzare. Dall’altro assistiamo a una politicizzazione della medicina, investita di compiti di controllo sociale che non le competono – il che spiega valutazioni tanto eterogenee dei virologi sul rilievo e la natura del coronavirus. Da entrambe queste tendenze la politica risulta deformata, rispetto al suo profilo classico. Anche perché nei suoi obiettivi entrano non più singoli individui o ceti sociali, ma segmenti di popolazione differenziati da salute, età, sesso o anche etnia.
Ma ancora una volta, rispetto a preoccupazioni certamente legittime, è necessario non smarrire il senso delle proporzioni. Mi pare che quanto accade oggi in Italia, con la caotica e un po’ grottesca sovrapposizione di prerogative statali e regionali, abbia più il carattere di una decomposizione dei poteri pubblici che quelli di una drammatica stretta totalitaria.

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