mercoledì 2 novembre 2011

SOCIETA' ANIMALI. PERCONTI P., Anche gli elefanti fanno i conti con lo specchio, IL MANIFESTO, 9 dicembre 2006

Di fronte allo specchio gli oranghi si avvicinavano di più e sporgevano le labbra verso l'immagine come per baciarla Charles Darwin
Finora la scienza ci aveva assicurato che solo l'aristocrazia dei primati superiori fosse in grado di riconoscersi in una superficie riflettente. Ci si aspetta, infatti, che questa prerogativa sia associata a comportamenti sociali complessi, dotati di empatia e cooperazione La recente performance di Happy, un elefante che sembra riconoscersi allo specchio, mette in crisi le acquisizioni per cui questi animali sarebbero privi di prerogative così sofisticate.


In questa pagina si possono vedere alcuni filmati degli elefanti "consapevoli"

Figurarsi un elefante davanti a uno specchio è un po' come immaginarselo all'interno del famoso negozio di cristalli: goffo e fuori posto. Perché un elefante davanti a una superficie riflettente dà intuitivamente la sensazione di essere nel luogo sbagliato? Il motivo forse risiede nel fatto che per noi esseri umani gli specchi sono l'occasione per esercitare la nostra vanità, per esplorare minuziosamente il corpo e per preoccuparsi dell'aspetto fisico che abbiamo. Gli specchi sono nello stesso tempo utensili consueti nell'esperienza quotidiana di ciascuno di noi e oggetti dotati di un valore simbolico speciale. Ricorriamo all'uso dello specchio quasi ogni giorno della nostra vita, eppure il confronto con una superficie riflettente può sempre rivelarsi un'esperienza turbativa. Probabilmente gli specchi sono gli artefatti che hanno più a che fare con la nostra coscienza, decisivi come sono nella vita ordinaria delle persone per la costruzione della propria identità personale.
Di fronte al test della macchina
Per esempio, di norma è proprio davanti agli specchi che scopriamo di essere diventati vecchi. Le reazioni altrui possono risparmiarci la durezza che solo la superficie piatta e levigata degli specchi è in grado di riservarci. Con le parole dello scrittore e medico Georges Duhamel: «Parlavo con Gilbert ... ed ecco che vedo, attraverso il fumo del sigaro, un volto sconosciuto: un uomo robusto, con le spalle larghe e il collo tozzo, una zazzera di capelli grigi quasi bianchi, un'espressione di forza e di stanchezza nello stesso tempo. Era di profilo, e quasi mi voltava le spalle. Penso: 'Da dove viene questo vecchio signore? Non ce l'hanno presentato'. In quel momento, faccio un gesto, e quell'uomo fa lo stesso gesto. Fu come aver ricevuto un pugno nello stomaco. Quel vecchio signore sconosciuto ero io».
Tutto ciò, almeno intuitivamente, sembra estraneo alla forma di vita di animali come gli elefanti. Per apprezzare cosa è uno specchio, infatti, bisogna essere in grado almeno di riconoscere la propria figura nel riflesso. Finora la scienza ci aveva rassicurato sul fatto che gli elefanti, al pari di moltissime altre specie animali, non comprendono che in un riflesso è possibile contemplare la propria figura. Daniel Povinelli, uno psicologo comparativo che lavora all'Università della Luoisiana negli Stati Uniti, in un esperimento del 1989 aveva notato che - messi di fronte a uno specchio - gli elefanti non erano in grado di riconoscere la propria immagine. Essi, infatti, non passavano il cosiddetto «test della macchia».
Qualche buona intuizione
Si tratta di una procedura sperimentale, originariamente elaborata dallo psicologo statunitense Gordon Gallup, che permette di saggiare il riconoscimento allo specchio in creature che non sono in grado di dire se nell'immagine vedono se stessi. Funziona così: si produce una macchia su un animale facendo in modo che non si renda conto dell'operazione. La macchia viene situata in una parte del corpo che non può esser vista se non tramite uno specchio. Si colloca quindi l'animale in un ambiente in cui c'è una superficie riflettente e se ne osserva la reazione. Se l'esemplare tocca continuamente la macchia o tenta di rimuoverla, se in generale esibisce un comportamento diretto verso il proprio corpo che non potrebbe avere se non ritenesse che l'immagine riflessa gli appartiene, allora probabilmente si rende conto di stare guardando la propria figura. Altrimenti non possiede la forma di consapevolezza necessaria a fare le giuste inferenze relativamente a se stesso.
Approfittare di uno specchio sembra insomma qualcosa che è possibile soltanto per creature che sono dotate di una forma benchè embrionale di autocoscienza. Gli elefanti di Povinelli non manifestavano tale sagacia. Eppure dovevano avere qualche buona intuizione sul genere di oggetti a cui appartengono gli specchi. Infatti, se nel riflesso vedevano del cibo, per afferrarlo si voltavano indietro, invece di cercarlo in ciò che stava loro davanti. Sembrava che fossero in grado di comprendere il meccanismo riflettente degli specchi, anche se non giungevano fino al punto di afferrare il fatto che una delle cose che vedevano riverberate erano proprio loro.
Questo è ciò che sapevamo sugli elefanti e gli specchi fino a poche settimane fa. Ma ora, grazie al lavoro di altri ricercatori, tra cui il celebre primatologo Frans de Waal, siamo indotti ad ammettere almeno un elefante nel circolo esclusivo di coloro che sono in grado di riconoscersi allo specchio. Contrassegnato con una vistosa croce da un lato della fronte e posto dinanzi a una estesa superficie riflettente, Happy - un esemplare ospite dello Zoo del Bronx a New York - tocca ripetutamente la parte segnata, a quanto pare incuriosito della strana circostanza.
L'esperimento ha avuto una vasta eco sui giornali statunitensi e britannici, tra cui il «New York Times», il «Washington Post» e l'«Economist». La performance di Happy desta sorpresa perché non ci si aspetta che un elefante possa esibire un comportamento così complesso. Riconoscere se stessi, infatti, di norma è la base per attribuire credenze e sentimenti agli altri individui. Ci si aspetta che il riconoscimento di sé sia associato a una serie di comportamenti sociali complessi, di tipo empatico e cooperativo, che non supponiamo presenti in animali come gli elefanti. Proprio a motivo dell'interesse che l'esperimento ha suscitato nei media internazionali, è opportuno notare che l'evidenza in questione non è in effetti molto robusta e che la prova andrebbe ripetuta con altri esemplari nonché replicata in contesti ecologicamente più significativi di uno zoo. D'altra parte, è evidente che si tratta di un dato su cui la comunità scientifica è chiamata a riflettere e su cui ciascuno può farsi una idea personale osservando i filmati di Happy sul sito Internet della rivista in cui è stata data la notizia dell'avvenimento (vedi la scheda).
Se davvero gli elefanti fossero in grado di riconoscersi allo specchio, dovremmo aggiungerli a quelli di cui già si conosceva questa abilità, scimpanzè, bonobo, esseri umani, oranghi, alcuni gorilla, ossia l'aristocrazia dei primati superiori. Molti altri animali sono stati messi alla prova davanti allo specchio, offrendo un campionario vario e talvolta divertente di reazioni. Sembra che, contemplando la propria figura, i fenicotteri rosa si eccitino sessualmente. I delfini, per parte loro, fanno un mucchio di capriole e circonvoluzioni davanti alla loro immagine macchiata, dando talvolta la sensazione di comprendere ciò che stanno vedendo. Molte scimmie, invece, hanno un comportamento meno amichevole e aggrediscono colui che ai loro occhi deve sembrare un intruso. In generale la risposta che è stata osservata più frequentemente è di tipo sociale, come se l'animale supponesse di stare guardando un altro individuo e rispondesse sulla base delle regole sociali della propria specie.
Che la questione sia cruciale, e non da poco tempo, lo dimostra - fra l'altro - il fatto che già Charles Darwin avesse fatto interessanti osservazioni a questo proposito: nel suo L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, ricorda di aver posto uno specchio tra due oranghi del Giardino Zoologico di Londra: «All'inizio essi guardavano le proprie immagini con la più grande sorpresa e spesso cambiavano il loro punto di vista. Quindi si avvicinavano di più e sporgevano le labbra verso l'immagine come per baciarla, esattamente come prima avevano fatto l'uno verso l'altro, quando erano stati messi alcuni giorni prima nella stessa stanza».
Di fronte a tali comportamenti ci si potrebbe semplicemente godere lo spettacolo dell'ottusità animale davanti agli specchi, riservando ai malcapitati narcisi il genere di sufficienza con cui generalmente nella storia abbiamo trattato le altre specie animali. Sono informati da questa disposizione d'animo molti filmati amatoriali che si possono guardare su YouTube, uno dei principali siti Internet di consultazione e condivisione di brevi filmati (http://www.youtube.com). Ma non si tiene conto di due circostanze: la prima è che, come abbiamo notato, noi umani non siamo l'unica specie in grado di riconoscere la propria immagine riflessa.
La seconda è che negli stessi esseri umani la capacità in questione è più fragile di quanto si possa supporre. Generalmente i bambini non passano il test della macchia se non sono arrivati a due anni di età. Prima di questo momento guardano la loro immagine come se stessero osservando un altro bambino, oppure cercano di esplorare la superficie dello specchio battendo sull'immagine con le mani e leccando ciò che vedono. A circa diciotto mesi, forse quando cominciano a nutrire dei sospetti sul bimbo riflesso e sono però ancora imbarazzati da una scena di cui evidentemente non comprendono del tutto il significato, cominciano a evitare senz'altro quel compagno di giochi dispettoso che compie esattamente i loro stessi movimenti. Tale reazione, detta appunto di evitamento, sparisce solo quando il bambino diviene capace di riconoscersi nel riflesso.
Anche quando la capacità di riconoscimento è ormai raggiunta, non lo è purtroppo in modo sicuro e irreversibile: una causa delle strane esperienze speculari che talvolta si possono sperimentare è la stanchezza, come nel caso di ciò che è accaduto al vecchio Ernst Mach, nonostante la sua eccellenza di neuroscienziato ante litteram: «Tempo fa, dopo un faticoso viaggio notturno in treno, molto stanco, sono salito su un omnibus e ho visto salire un altro uomo dal lato opposto. 'Che triste - ho pensato - quel professore che è appena entrato'. Ero io: di fronte a me c'era solo un grande specchio. La fisionomia della mia classe sociale, evidentemente, mi era più familiare di quella di me stesso».
Quando il riconoscimento allo specchio non fallisce a causa della stanchezza, come nel racconto di Mach, può fallire per una malattia neurodegenerativa, come nel caso dell'autismo o del morbo di Alzheimer.
Il ruolo dell'emisfero destro
Una serie di studi recenti suggeriscono che nel cervello umano vi sono circuiti neuronali dedicati al riconoscimento del proprio volto e che, quando sfortunatamente essi finiscono per essere danneggiati, il riconoscimento allo specchio va fatalmente incontro al fallimento. Scienziati di successo come Oliver Sacks hanno popolarizzato l'esistenza di strane sindromi come la prosopagnosia, a causa della quale un individuo può sperimentare una estrema difficoltà a riconoscere e memorizzare i volti delle persone che incontra. È meno noto però che ci sono casi di persone che, pur non essendo affette da questo genere di disturbi e avendo quindi normali capacità di riconoscimento delle facce altrui, non riescono tuttavia a riconoscere il proprio volto nel riflesso. Questo genere di pazienti sono affetti da una patologia nota proprio come «segno dello specchio», che di norma è causata da un danno all'emisfero destro del cervello. Sembra quindi che l'emisfero destro svolga un ruolo determinante nel riconoscimento della propria immagine.
Tale circostanza è stata provata anche ricorrendo a una recente tecnica investigativa, la stimolazione magnetica transcranica. Si tratta di una metodologia che permette di stimolare tramite un impulso magnetico esterno il sistema nervoso centrale inibendone in modo selettivo il funzionamento: è possibile, così, stabilire qual è il ruolo che una certa regione del cervello svolge nell'esecuzione di un determinato compito. Inibendo dunque l'attività della corteccia prefrontale dell'emisfero destro, si è scoperto che anche nelle persone sane la capacità di riconoscere il proprio volto può essere artificialmente compromessa, per poi ritornare nella norma una volta che l'effetto della macchina si sia esaurito.
Considerazioni istruttive
La capacità di riconoscersi allo specchio è dunque non soltanto una prerogativa di creature sofisticate al meglio delle loro capacità, ma è anche fragile: sono considerazioni istruttive riguardo a ciò che immaginiamo sia la nostra autocoscienza. Da una parte è chiaro che essere consapevoli di se stessi non può ridursi all'essere in grado di conoscere la propria immagine. La nostra vita interiore è fatta soprattutto di ricordi, conversazioni silenziose con noi stessi e sensazioni che non riusciamo a condividere con gli altri. Eppure, la semplice constatazione che una creatura non umana non sia indifferente alla propria immagine ci rende meno soli nell'ordine della natura - e forse mette anche noi all'interno di quel negozio di cristalli, alle prese con un senso del sé più delicato di quanto immaginavamo.

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