lunedì 22 ottobre 2018

LETTERATURA E POLITICA. SVETLANA ALEKSIEVIC. F. MANNOCCHI, na Aleksievic: «La paura fa scegliere governanti primitivi», L'ESPRESSO, 18 ottobre 2018

Svetlana Aleksievic ha cominciato a raccontare le grandi tragedie politiche del XX secolo da giornalista, cercando di spiegare la catastrofe «nella cornice del quotidiano e provando a raccontare una storia», come lei stessa dice, e negli anni ha applicato il suo ascolto delle persone comuni alla non-fiction. A causa delle sue opere, ha trascorso un decennio lontano dalla sua nativa Bielorussia, costretta ad emigrare sotto la pressione del regime di Lukashenko nel 2000. 



I suoi resoconti sulle donne della seconda guerra mondiale, la guerra tra Unione Sovietica e Afghanistan, Chernobyl o le proteste anti-Putin le sono valsi il Premio Nobel per la Letteratura nel 2015, che ha premiato - nelle parole dell’Accademia di Svezia - la sua «scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio del nostro tempo». I libri di Svetlana Aleksievic non sono romanzi frutto della creatività di uno scrittore, sono documenti, testimonianze letterarie che trascrivono la brutalità dei conflitti e le sue troppo spesso trascurate contraddizioni, sono racconti dell’ordinario e nell’ordinario l’autrice riesce a indagare il mistero della violenza, le sua molteplici facce, al di là della mera cronaca, della banale informazione.

Nei suoi libri la Storia è una tessitura di vite comuni. Una polifonia da cui la Storia emerge dal privato, dal dolore e dalla perdita. Perché ha scelto di restituire le voci delle vite ordinarie?
«Ho sempre voluto che le voci nei miei libri suonassero come un coro, ma d’altra parte desidero sempre che emerga l’ascolto di un’unica voce umana. Viviamo in un tempo in cui tutto è compresso in un monolite, e credo che oggi le persone vogliano conoscere le altre persone, non la generalità e la superficialità del resoconto della storia e delle epoche. Sono sempre stata interessata allo spazio della singola anima, perché è esattamente lì che tutto ha luogo. Vedo una grande storia attraverso le piccole storie e tutto ciò che resta dopo questi ascolti non è il rumore del tempo ma tutto quello che possiamo finalmente capire. Ciò che resta e resiste dopo il fluire degli anni. Quello che interessa è la vita umana. Ecco, riduco tutto alla dimensione umana. È per la strada che la vita è più interessante, più spaventosa, più divertente e più umana. È per la strada che si capiscono le cose, non negli spazi in cui tutto è circoscritto. Dove la letteratura è solo letteratura e la politica solo politica. Chiamo il mio genere un “romanzo di voci” potrei descriverlo come un romanzo collettivo, come una letteratura della riunificazione. È comunque il tentativo di trovare una nuova forma della narrazione».

In un momento storico come quello che stiamo vivendo, in cui i codici letterari si sovrappongono e si intrecciano, in cui è difficile contrastare notizie manipolate e resoconti alterati della realtà, una letteratura come la sua - fatta di incontri, anni di interviste registrate e appunti - è ancor più necessaria. 
«Io costruisco fiducia e raccolgo storie a partire da essa. Gli esseri umani difficilmente hanno fiducia negli altri, c’è il peso del loro vissuto, il peso del tempo, l’intimità si costruisce con pazienza. Io chiedo alle persone che incontro cose a cui spesso non vogliono pensare e devo affrontare un primo livello di difesa. Poi parlo con tante persone diverse, che raccontano lo stesso fatto o lo stesso sentimento. E mi sembra, sempre, che dai loro racconti emerga un tale grado di dolore che brucia la falsità, la fa sparire. Da un lato, dunque, cerco di costruire la fiducia nei miei incontri con le persone, dall’altro cerco le intersezioni delle linee dei loro racconti, faccio in modo che si accendano, l’uno con l’altro. Questo fa sì che io non incontri mai resoconti alterati, perché se parli con una persona di qualcosa di cruciale per la sua vita, non potrà mai inventare se stessa. Bisogna accettare l’idea che si possa raccontare in modo diverso una stessa cosa. Che il racconto di un fatto o di un dolore, sia la cucitura del racconto di molti».

Nelle sue opere, lei ha saputo raccontare guerre e dopoguerra con poesia e crudezza, allo stesso tempo. Cos’è la memoria, in guerra?
«Penso che la poesia, per quanto possa a volte risuonare spaventosa, sia presente in tutto. Anche nell’orrore. E in questo sta il lato oscuro dell’arte. Ciò colloca un evento fuori dal sistema delle nostre opinioni. Scrivendo le storie delle persone che incontro cerco di portare i lettori non solo ad un incontro con la storia, ma con il cosmo. Una persona riesce ad avere uno sguardo libero sulle cose quando riesce a preservare la verità, a staccarsi dalle infinite rive che lo trattengono. Ecco, per me è stato sempre importante condurre la persona proprio lì, in alto, affinché potesse osservare se stessa, come se le anime osservassero i propri corpi. Penso che la poesia sia presente ovunque, sia dappertutto. Scrivo di una persona nel tempo e di una persona nello spazio, come “nudo l’uomo nella nuda terra” di Anna Achmatova. È qui che inizia la letteratura. Per esempio nel libro sulle donne soldato “La guerra non ha volto di donna” mi interessavano le domande eterne: come fa un uomo a restare solo col pensiero di potere uccidere un altro uomo? È troppo facile morire, e troppo facile uccidere. Come si può, allora, convivere con questo interrogativo. Una donna mi ha raccontato il suo dolore, senza essere stata conquistata da nessuna ideologia, mi ha detto: “Mi dispiace per gli uni e per gli altri. Cammini nel campo dopo la battaglia, i morti giacciono sparsi come patate. E guardano il cielo”. In ogni libro io stessa devo liberarmi dai predatori e dai forti abbracci del tempo, almeno strisciar via un po’. Forse solo in amore e vicino alla morte una persona riesce davvero a uscire da questo cerchio. Ecco, scrivo osservando questi momenti».

La letteratura può riconciliare anime ferite da guerre e conflitti?
«La letteratura può soltanto influenzare l’animo umano. Immaginare che possa cambiare il mondo è ingenuo. Piuttosto può cambiare una persona, e una persona può provare a cambiare il mondo. Un uomo dopo la guerra è uno spettacolo terribile. Nessuno può capirlo e lui non può capire quello che lo circonda. Non può aprirsi verso di noi né noi verso di lui. Purtroppo siamo ostaggi della cultura della guerra. Ci penso sempre, ogni volta che guardo in televisione uomini che si vantano dei propri missili, o delle armi più precise di quelle degli avversari, che possono cioè uccidere di più. Vivevo in un paese in cui la cultura della guerra era ritenuta necessaria per crescere patrioti, ma questo non è patriottismo, questa è barbarie. Per questo temo l’ammirazione, il culto della violenza. La cultura della guerra è così antica che vince ancora, è così forte che oggi siamo ancora suoi ostaggi».

Sono anni difficili per il giornalismo e la letteratura, sembra talvolta che si sia smarrita la capacità di prevedere il domani e leggere l’oggi.
«Sembra impossibile prevedere il domani. Il male è divenuto così astuto, così totale, concentrato, che tutto ciò che accade, accade in modo diverso da come avremmo creduto. Perciò penso che essere, rimanere umani stia diventando sempre più difficile. Non possiamo immaginare quali prove ci attendono. Non sappiamo come finiranno le relazioni con le nuove tecnologie, né i rapporti che abbiamo l’uno con l’altro, in questa epoca di nazionalismi. Siamo nelle mani di alcuni pazzi solitari che una persona ragionevole non può riuscire a comprendere. La paura fa sì che le persone scelgano dei governanti primitivi che hanno risposte facili a domande difficili. Dinanzi ai nostri occhi c’è un declino della cultura, una banalizzazione della cultura. Ci siamo ritrovati tutti impotenti di fronte a una storia nuova, figlia della cultura dell’odio, ma difficile da raccontare.

Perché pensa che molti paesi stiano scegliendo figure politiche autoritarie, come Putin, Erdogan o che accentrino il potere e difendano i confini dalle persone in fuga come Trump o il nostro Salvini? C’è secondo lei una responsabilità del mondo intellettuale? 
«Penso che le persone abbiano paura, perché pensano che il mondo stia diventando incomprensibile e imprevedibile. E la destra ha successo, perché il populismo promette un futuro che oggi non è prevedibile. Ci saranno sempre più profughi, i profughi delle guerre cui si aggiungeranno i profughi dovuti al cambiamento climatico. Per questo è necessario per tutti noi abituarci a vivere con l’Altro, con gli altri. E i qualunquisti hanno paura degli altri, perché non sono pronti ad affrontare l’imprevedibile. Più osservo la vita e ascolto le persone, più vedo esseri umani che non conoscono se stessi. Esistono forze irrazionali che non sempre teniamo in considerazione e forse nel comprendere questo la cultura non è così forte come pensiamo. Un vecchio, che è stato un carnefice nel 1937, mi ha detto “quanto tempo resiste una persona? Per quanto tempo un uomo resta tale? Ebbene te lo dico, la gamba di una sedia viennese nell’ano o un chiodo nello scroto e l’uomo non c’è più”. Ed ecco la domanda che mi faccio, dopo aver ascoltato un carnefice e le sue pratiche di tortura. Perché la gamba di una sedia viennese nell’ano e un sacchetto di plastica sulla testa in carcere sono passati di generazione in generazione? Perché Dostoevskij invece non si trasmette? È una domanda a cui non abbiamo risposta. Spesso vengo chiamata scrittrice delle catastrofi, ma non scrivo di catastrofi. Raccolgo lo spirito umano, raccolgo ciò che aiuta una persona a rimanere una persona anche all’inferno. In Russia Stalin uscì fuori dai resti dell’impero. Ma ora la vita è diventata spaventosa ovunque: a Mosca, a New York, a Parigi. Il male si è stabilizzato dappertutto ed è ancor più inspiegabile e misterioso rispetto al passato. Sotto nuove maschere si aprono abissi ai quali nessuno è pronto, perché non è noto quali prove ci attendono in futuro».

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