giovedì 28 marzo 2024

PSICHIATRIA FRA MANICOMI CHIUSI E NUOVE STRUTTURE. RIERA E., Gli ospedali psichiatrici non esistono più, ma «le Rems rischiano di implodere», DOMANI, 26.03.2024

 Settanta chilometri separano la vita frenetica di Roma da quella silenziosa di Subiaco. Non più pini marittimi ma mandorli lungo la strada che porta dritto alla cittadina dei monasteri. Dal 2015 la sua popolazione è aumentata. Alle circa 8mila anime che vivono nel paese si sono aggiunti i venti ospiti della Rems Castore e da febbraio gli altri venti della Rems Polluce.




Quando arriviamo davanti all’ospedale Angelucci, dove le due residenze per le misure di sicurezza hanno sede, inizia a piovere. Nel campetto di calcio, separato dal mondo di fuori da un cancello di ferro, non c’è nessuno. Sono tutti nelle loro camere. Come Fabio che, seduto, sta scrivendo qualcosa su un foglio in attesa che il brutto tempo passi.

«Oggi va così — dice col suo accento romano — Ma di solito ho un calendario fitto di attività. Il teatro, lo sport, il corso di inglese, la cura della biblioteca». Proprio in quella biblioteca Fabio trascorre molte ore. «Abbiamo 700 volumi — ricorda —, spero di uscire prima che li finisca tutti».

Le Rems hanno sostituto gli ospedali psichiatrici giudiziari, cancellati con la legge 81 del 2014. Una chiusura avvenuta quasi 35 anni dopo quella dei manicomi civili, soppressi dalla più celebre riforma Basaglia. Affidate alla sanità pubblica regionale, le Rems in Italia sono in totale 32, mentre nel Lazio, dove si trovano Castore e Polluce, 7.

Accolgono gli autori di reato con disturbo mentale — pazienti, non più prigionieri da legare a un letto — e dovrebbero rappresentare l’extrema ratio: lo strumento utilizzabile dal magistrato soltanto se le misure di sicurezza non detentive non siano praticabili. Fabio, che vi ha fatto ingresso, è “fortunato”.

In tutta Italia sono 700 le persone in lista d’attesa per entrare in una residenza: il 24 marzo uno di loro, 31enne ecuadoriano, si è impiccato nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino dove era detenuto. Era un soggetto psichiatrico e stava appunto aspettando di essere trasferito in una Rems. Il suo è il 27esimo suicidio, all’interno dei penitenziari, dall’inizio dell’anno.

PREGIUDIZIO

«In ogni Rems, composta da un modulo di venti posti letto, si punta al reinserimento nella società del paziente tramite il lavoro di operatori specializzati», spiega Alessia D’Andrea, psichiatra e psicoterapeuta, nonché referente della Castore. «Si tratta di realtà positive — continua la dottoressa — che però oggi, se non si eliminano alcune criticità, rischiano di implodere».

Tra le problematiche ce n’è una che riguarda il futuro. Cosa succede, infatti, se il percorso in residenza si conclude, se si conquista la libertà vigilata? «In questi casi il paziente deve procedere nel suo percorso riabilitativo, individuato dal servizio territoriale competente che lo ha in carico. Di frequente ciò prevede l’inserimento in una struttura residenziale territoriale non detentiva — dice D’Andrea —. Tuttavia spesso riscontriamo scarsa disponibilità da parte delle strutture che, pur essendo private e accreditate con la regione Lazio, molte volte negano il posto letto: il paziente che proviene dalla Rems viene considerato difficile. Ci sono ancora troppi pregiudizi».

l risultato è un cortocircuito burocratico. «Se la struttura privata accreditata nega l’accoglienza, di certo in Rems il paziente non può continuare a stare: i suoi diritti verrebbero violati. Quindi in dati casi, in collaborazione col Centro di salute mentale, tentiamo di trovare una struttura alternativa, sempre sul territorio, per dare una risposta adeguata: a Palombara Sabina, ad esempio, aprirà una struttura sperimentale per la libertà vigilata, che potrà esserci d’aiuto nella gestione di questo problema». A volte del resto c’è il rischio che il paziente torni a casa propria, e in quella casa può darsi viva la persona vittima del reato per cui si è stati condannati.

PERCORSO AD OSTACOLI

La dottoressa D’Andrea a un certo punto si interrompe. È il telefono che squilla. Guarda caso a un paziente è stata appena notificata la revisione della misura di sicurezza: la sua esperienza in Rems è terminata. Ma ora il percorso da affrontare è tutt’altro che in discesa. Vale lo stesso per Alberto. I suoi sogni potrebbero scontrarsi con la realtà.

Classe 1993, una schizofrenia paranoide, Alberto sta compiendo un percorso di “rinascita”. «In attesa dell’udienza per la revisione della misura, la valutazione che ne faremo al magistrato sarà positiva», dice ancora D’Andrea. Poi si metterà in moto tutto quel sistema che si spera non diventi un inciampo nei passi di un ragazzo che si prepara a brillare come suggeriscono i nomi delle residenze di Subiaco.

Lungo il corridoio dai colori pastello ci imbattiamo anche in Mario. «Qui seguo un corso di informatica. Una volta libero, voglio lavorare coi computer: sono il futuro», dice sulla soglia della sua stanza singola e ordinatissima. Mario è arrivato da poco, col gruppo di pazienti trasferiti dall’ex Rems Merope di Palombara, individuata nel 2015 dalla regione Lazio come struttura transitoria: per gli spazi poco ariosi sarebbe dovuta restare attiva per breve tempo, fino alla conclusione dei lavori alla Polluce diretta da Corrado Villella. Sono passati 9 anni.

Ma torniamo a Mario. Un po’ più in là della sua camera c’è la sala ricreativa, si gioca a dama sotto l’occhio delle videocamere di sorveglianza. Poi altre sale, dalla mensa fino alla palestra. Un capannello di ragazzi di età e nazionalità varie, alcuni iscritti ai corsi di laurea convenzionati con gli atenei romani, fuma in uno spazio esterno. «Dottorè, ciao», è il saluto che viene rivolto a D’Andrea.

Insieme alla psichiatra c’è Vittorio Fasulo, 32 anni, dirigente medico alla Castore. Il dottore annuisce quando D’Andrea parla delle altre criticità. «Ci sono i ricoveri impropri — dichiara la psichiatra —. Il magistrato ci manda utenti dai comportamenti antisociali, ma l’antisocialità non è un disturbo. Le Rems devono accogliere persone che hanno compiuto un reato, ma hanno patologie psichiche primarie. Se ci sono persone che nella struttura mettono in atto comportamenti predatori, che cercano di fare entrare sostanze, si compromette il progetto di recupero degli altri».

Alla Castore, come in molte Rems, questi casi non sono rari. «Abbiamo avuto per due anni e mezzo un 80enne condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Pur presentando disturbi comportamentali che necessitavano di un trattamento specialistico, questo avrebbe potuto essere offerto da strutture diverse dalle Rems, ultima ratio», conclude la dottoressa.

ATTESA

Dai ricoveri impropri dipende anche il problema delle liste d’attesa. Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento di salute mentale dell’Asl Roma 5 all’interno della quale si trovano tre Rems, tra cui Castore e Polluce, dichiara che «i posti letto nelle residenze in tutta Italia sono 360; 700 – come si diceva –  le persone in attesa. Per le Rems di Subiaco ci sono liste fino a 70 persone».

La soluzione? «Non costruire nuove strutture, ma far accedere alle Rems persone che necessitano di cura, altrimenti la riforma che le ha introdotte è fallimentare». Sul punto è critico anche Michele Miravalle di Antigone: «Nel nostro Paese una 30ina di persone in lista d’attesa per le Rems sta in carcere senza titolo detentivo. Bisogna cambiare qualcosa perché le Rems non sono gli Opg».

Se in questo senso, nonostante gli aspetti critici, il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari c’è stato, non si può dire che lo stesso abbia fatto la comunità. «C’era molto pregiudizio verso i pazienti — afferma Marco Lombardi, tecnico della riabilitazione psichiatrica a Subiaco — Poi, grazie anche al mondo associazionistico, c’è stata più apertura». Resta il fatto che le Rems abbiano una collocazione periferica. «Un problema — commenta D’Andrea — che scoraggia nuovi operatori nella scelta della sede lavorativa e crea difficoltà ai familiari per raggiungere i pazienti». Pazienti che, se autorizzati a uscire, restano sempre lì, lontano da dove accadono le cose, in attesa di essere liberi due volte. La prima quando andranno via, la seconda quando incontreranno lo sguardo degli altri.

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