venerdì 9 ottobre 2020

EPIDEMIE PANDEMIE E DEPRESSIONE. REDAZIONE, Covid-19: sintomi depressivi quintuplicati, colpiscono un italiano su tre, REPUBBLICA.IT, 9 ottobre 2020

 PRESSIONI, psicosi e dipendenze. Con la pandemia sintomi depressivi nella popolazione sono quintuplicati, quelli gravi sono aumentati addirittura più di sette volte in pochi mesi. A sostenerlo sono i più recenti studi scientifici che parlano di un incremento di patologie di questo tipo sia nelle persone già affette da una malattia mentale, sia in chi è stato contagiato dal coronavirus, sia nella popolazione generale. Si stima, inoltre, che la psicosi potrebbe colpire fino al 4% sia delle persone con disturbi mentali che di coloro che sono venuti in contatto con il virus. Emerge infine che il Covid-19 possa provocare conseguenze neuropsichiatriche nel lungo termine individuate ad oggi in un caso su tre e causate dallo stato iper-infiammatorio indotto dal virus. Anche i primi dati sulla popolazione generale sono molto significativi: il 32% manifesta infatti sintomi depressivi e in Italia si stimano nei prossimi mesi fino a 150.000 casi di depressione maggiore in più.

martedì 22 settembre 2020

GLOBALIZZAZIONE E GUSTI ESTETICI. D. MONTI, I volti, i corpi e quell’idea di «perfezione» che resiste, IL TEMPO DELLE DONNE, settembre 2020

 Esiste un modello unico di bellezza? Non più, le foto della modella armena Armine Harutyunyan, con quel suo volto dai tratti così forti, decisi, l’antitesi rispetto ad una femminilità bamboleggiante, rassicurante, dove le proporzioni classiche vengono tutte rispettate, racconta di uno scatto in avanti rispetto all’omogeneità di ciò che definiamo «bello»: la gamma si è ampliata, complice anche la globalizzazione — dei corpi e dell’estetica — che ci ha permesso di venire a contatto con una varietà di tratti somatici e gradazioni cromatiche che hanno ri-educato il gusto, aperto orizzonti, instillato nuove curiosità. Esiste un modello unico di corpo socialmente accettato e apprezzato? Qui le cose si complicano.

domenica 20 settembre 2020

EPIDEMIE PANDEMIE E RIAPERTURA DELLA SCUOLA. R. RONCHI, Didattica del virus, DOPPIOZERO, 19 settembre 2020

 Siccome mi rivolgo agli insegnanti, alla vigilia di un anno scolastico che sarà tra i più difficili e incerti, mi preme innanzitutto chiarire che cosa ci accomuna tutti in quanto insegnanti. Ciò che condividiamo è una “pratica”: l’insegnamento. Ciò che, in quanto insegnanti, sappiamo del nostro mestiere, sebbene esitiamo talvolta a confessarlo pubblicamente, è che la nostra pratica non si definisce a partire dai suoi contenuti (se non derivatamente) e che non si risolve nella trasmissione degli stessi “alla più alta velocità consentita dal canale” (se non derivatamente). A definire quello che facciamo non è ciò che facciamo ma come lo facciamo. Per questo l’assegnazione dell’insegnamento al dominio delle “pratiche” (o delle “arti” nel senso greco delle technai) risulta pertinente. Il come insegnare la scienza pedagogica lo chiama “didattica”. Nei dipartimenti di scienze della formazione la didattica è oggetto di uno specifico insegnamento. In quanto insegnanti che si sono fatti le ossa sul campo, noi però sappiamo che la didattica non è una metodologia che si possa insegnare separatamente. La didattica non è cioè una propedeutica all’insegnamento (da filosofo, aggiungo poi che una “didattica della didattica” è un autentico paradosso perché è solo insegnando che si può insegnare ad insegnare…). Come insegnanti noi sappiamo che l’insegnamento è piuttosto un atto sempre sospeso al suo quando e al suo dove, un atto situato che ha il suo perno e la sua condizione di possibilità in una relazione determinata, prescindendo dalla quale non vi è più insegnamento alcuno. La didattica è perciò il suo elemento, non il suo metodo a priori.

AUTOMAZIONE E IA. MITI PAGATI A CARO PREZZO. R. CICCARELLI, Nella fabbrica dell’algoritmo. Intervista con A. Casilli, IL MANIFESTO, 20 settembre 2020

 Come Godot, l’automazione non arriva mai. È una promessa che disciplina il lavoro di chi crea le app e gli algoritmi. L’intelligenza artificiale è fondata sulla forza lavoro di milioni di lavoratori digitali del clic e di miliardi di utenti delle piattaforme. Questo è il cuore del libro di Antonio Casilli Schiavi del clic, titolo scelto per l’originale francese, l’evocativo En attendant les robots (Aspettando i robot). Il volume pubblicato in Italia da Feltrinelli (pp. 320, euro 19), è uno dei capisaldi del dibattito materialista che ha rovesciato una delle mistificazioni del capitalismo contemporaneo. Abbiamo raggiunto l’autore a Parigi dove insegna sociologia all’università Telecom Paris.