sabato 27 giugno 2020

FILOSOFIA FRA HEIDEGGER E PENSIERO DEBOLE. M. ASSALTO, Gianni Vattimo: “I miei ottant’anni da estremista”, LA STAMPA, 3 gennaio 2016

«Quello che scandalizza nella morte è l’interruzione di discorsi che non sono compiuti. Di nuovo, l’idea del peccato: che peccato che non ha vissuto più a lungo, che non ha potuto scrivere le sue cose... Il mio amico Gianpiero [Cavaglià, ndr] era un bravissimo critico letterario comparatista, sapeva l’ungherese, aveva introdotto in Italia Márai... Io un po’ ci credo alla vita eterna, non so bene cosa potrà essere, sempre più mi convinco che è quello che uno lascia, la sua opera. E quelli che sono morti senza avere la possibilità di prendere la parola sono in fondo vittime dell’ingiustizia della storia».

Sembra ieri - si dice, quando si comincia ad avere una certa età. Sembra ieri quando le studentesse accorrevano a Palazzo Nuovo, la sede delle facoltà umanistiche a Torino, per vedere il bel filosofo biondo che parlava di Nietzsche e Heidegger, per di più fresco di coming out, che in quegli Anni 70 non era ancora una moda ma un’uscita coraggiosa, e per tutta una fetta di mondo engagé un’ulteriore aura di fascinazione. 



Sembra ieri quando in consiglio di corso di laurea, dopo un cenno d’intesa a un collega «teorico», in genere Diego Marconi, giocava a punzecchiare con spunti pretestuosi i colleghi «storici», in genere Pietro Rossi o Augusto Viano, e quelli invariabilmente abboccavano. Sembra ieri anche quando da Parigi era venuto Derrida, per onorare i suoi ancora arrembanti sessant’anni, e invece adesso ne sono passati altri venti e Gianni Vattimo, il teorico del Pensiero debole e dell’alleggerimento, si appresta, domani, a tagliare un traguardo «pesante».


Ottant’anni: possibile? «Oggi la mia dimensione esistenziale è il lamento», sospira lui (ha sempre sospirato, anche da giovane), «mi sento un sopravvissuto». Lo incontriamo nel suo grande appartamento di via Po, affacciato sul Rettorato dell’Università dove ha insegnato fino al 2008, e dove ora è professore emerito.
Andiamo, Vattimo, non faccia così…
«Mah, cosa vuole che le dica. C’era un tempo in cui pensavi che la tua storia individuale più o meno corrispondesse a qualche cosa di oggettivo, per esempio nel ’68 e anche prima io mi liberavo, diventavo nietzscheano, e contemporaneamente c’era la liberazione dei popoli coloniali, la rivolta delle giovani generazioni… insomma ti sentivi in sintonia con la storia. Il senso della vecchiaia è la presa d’atto che c’è come un bivio, a un certo punto le tue storie personali coincidono sempre meno con la storia esterna. Il problema è inventarsi un modo di vita che in qualche modo ne prenda atto. Ti capitano delle cose: se ti gira la testa perché hai l’artrosi cervicale non puoi andare ai comizi, a fare le marce».
Nessun lato piacevole?
«Ricordo quei versi di Hölderlin che dicono “Dovrà finire un giorno, gioventù, la tua folle ansia di sogni! Poi la vecchiezza è placida e serena”. Ho l’impressione di arrabbiarmi di meno. Sei più tranquillo, anche riguardo alle cose minime. Per esempio quando ero più “piccolo” dovevo sempre mandare gli auguri di Natale a tutti, stare attento… Una delle ragioni per cui Eco non ha vinto il concorso quando l’ho vinto io è perché non mandava gli auguri di Natale a Pareyson. E io al mio maestro Pareyson gliel’ho anche spiegato: guardi che Eco non è uno che pigli un biglietto e scriva “tanti cordiali auguri”; o trova una formula divertente oppure rinuncia. Adesso posso non fare gli auguri: rispondo a chi me li manda. È una questione di allentamento degli obblighi, delle dipendenze, perché nessuno ti prende più tanto sul serio. E così posso passare un intero pomeriggio a leggere un romanzo giallo».
E oltre ai gialli?
«Tutto l’heideggerismo e l’heideggerologia corrente. E un po’ di teologia. Qualcuno mi dice: ah, ma allora sei tornato al cristianesimo... In verità io non mi sono mai accorto di essermene allontanato. E perché sono sempre rimasto cristiano? Perché ero heideggeriano. Heidegger, anche dopo i Quaderni neri, mi serve per pensare che la verità non è quella delle scienze, ma è quella della tradizione, della storia dell’Essere, del dialogo… e questo è cristianesimo, è il Pensiero debole».
Ma essere cristiano per lei vuol dire davvero credere in Dio? Il Dio della Chiesa romana cattolica apostolica...
«Ma per carità! Mi piacerebbe anche, ma non succede. Il Dio in cui credo è il Dio della Bibbia, ma non in quanto sia uno che ha scritto la Bibbia: in quanto è il personaggio letterario della Bibbia. Insomma, Dio non esiste al di fuori di queste parole: il Verbo si fa carne, d’accordo, però prima il Verbo è solo Verbo, solo chiacchiere. A cosa sono legato io nel mio cristianesimo? Piuttosto a quello che diceva Croce: non posso non dirmi cristiano. Se tento di dirmi senza essere cristiano, non mi dico nemmeno, perché non ho le parole. Come immaginare la storia della letteratura italiana senza Dante».
Quindi è più l’appartenenza a una tradizione culturale che una fede metafisica.
«Pareyson spiegava come dell’essenziale non ci possa essere che mitologia. Io posso credere al dio metafisico che è lì, il dio di Aristotele? No, posso solo credere a una storia che mi viene raccontata e che essendo raccontata è mito, è storia. La mitologia cristiana è quella nella quale sono cresciuto: ho delle buone ragioni per abbandonarla? Quando Heidegger dice che il linguaggio è la casa dell’Essere dice un po’ questo: cioè, io eredito una visione del mondo, vivo dentro un’epoca storica, perché il linguaggio è la lingua storica che parlo e che mi supporta mentre faccio esperienza del mondo».
Nella sua vita non pensa di aver fatto anche molti errori?
«In uno dei miei libri, Credere di credere, c’è una battuta che sembra umoristica ma non lo è: che l’unico senso della parola “peccato” è quello esclamativo. Io ho avuto una vita fortunata perché sono entrato in contatto con tantissime persone, filosofi, scuole di pensiero. Ma mi accorgo di aver ascoltato troppo poco: che peccato!».
Tra gli errori non includerebbe anche…
«La politica?».
… l’esperienza di parlamentare europeo, dal ’99 al 2004 con i Ds, dal 2009 al 2014 con l’Italia dei Valori?
«Sì, vedendola retrospettivamente è come se avessi perso un sacco di anni, infatti adesso sto tentando di riprendere a pensare filosoficamente. Vorrei scrivere il mio Hauptwerk, la mia opera capitale, un libro intitolato Questionario filosofico-teologico. Però, come dire: chi non perde la sua anima non la salva. Io penso sempre, quando mi invitano a fare una conferenza poniamo a Poirino: cosa direbbe Cacciari? Direbbe che non ha mica tempo, che ha cose importanti da fare. Io vado. Lo concepisco come una specie di dovere. Con la politica è lo stesso: insomma, chi mi vuole mi merita».
E certe prese di posizione…
«Estremiste?».
Sì, col gusto della provocazione: non le pare di avere esagerato?
«Mettiamola così: ho pagato dei prezzi. E mi sembra persino di essere in regola. Ma perché l’estremismo? Com’è cominciato? Secondo me è stato un misto di heideggerismo e esperienza politica: ero nel Parlamento europeo quando gli Stati Uniti hanno istituito per gli stranieri l’obbligo delle impronte digitali, e mi ricordo di quella volta che entrando in America avevo voglia di offrire il dito medio… Ho vissuto il periodo del disciplinamento più rigido nel mondo occidentale, con o senza il terrorismo. E per reazione ho ritrovato il mio cattocomunismo».
Lo ammetta, si è anche divertito.
«Certo, c’era un po’ di gusto nel provocare. Ma perché non dovrei divertirmi? Una volta un gruppo di madame torinesi mi aveva invitato a una conferenza sui giardini, e io ho concluso il mio intervento - dove si parlava di un giardino dei sentieri che si biforcano, una cosa un po’ borgesiana - cantando quella canzone di Brassens, “Je suis la mauvaise herbe, braves gens, braves gens…”. Sì, l’unica figura che mi piace oggi è la figura di uno che rompe le palle. Del resto anche papa Bergoglio, quando parla ai giovani, li invita a hacer lío, fare casino, disturbare».
Ma alla fine non crede che «fare casino» sia stato un po’ un tradimento della filosofia?
«È una cosa che talvolta mi ha rimproverato Maurizio Ferraris [l’ex allievo, diventato avversario come capofila del Nuovo realismo, ndr]. Ma io sono cristiano e marxiano. La filosofia così come si esercita ancora oggi nell’accademia è una filosofia descrittiva. Ferraris vuole descrivere il mondo così com’è per cavarne le regole del comportamento. Io ho imparato sia dal cristianesimo sia da quello che ho orecchiato di Marx: i filosofi finora hanno solo interpretato il mondo, ma si tratta di cambiarlo... Siamo al mondo semplicemente per trasmettere delle eredità o per trasformarle un po’ strada facendo? La risposta mi sembra ovvia, e Heidegger sta da questa parte: quando dice che l’errore che grava su di noi è la metafisica, cioè la pretesa di descrivere le strutture dell’Essere e adeguarci a esse, è un filosofo della prassi. Ossia, la verità dell’Essere è l’accadere di progetti, e non la struttura data».
Heidegger come stella polare: nonostante i Quaderni neri?
«Questi maledetti Quaderni neri… Io sono convinto che vadano letti con molto distacco, senza prenderli troppo sul serio, come un’espressione di cattivo umore, piuttosto che come concezioni filosofiche. Il contenuto filosofico che trovo in Heidegger, e che è assolutamente sacrosanto, è la critica del mondo tardo-moderno come preda della tecnologia, del controllo, della globalizzazione. Per il resto, sì, ha fatto questo grave errore di essere nazista, ma quando ha scelto di diventare nazista nel ’33 avrebbe potuto - e secondo me dovuto - essere comunista, perché doveva essere contro la struttura capitalistica del mondo che Stalin voleva riprodurre anche in Unione Sovietica. La colpa di tutto è il capitalismo: anche lo stalinismo. È per questo che sono diventato estremista».
Del Pensiero debole cosa pensa che resterà?
«Secondo me non è tanto da buttare. Non è solo una filosofia, ma è anche un’interpretazione del cristianesimo - l’incarnazione, la kénosis, Dio che si fa uomo e quindi abbandona la sua sacralità… È una filosofia della storia di tipo fondamentalmente cristiano, nel senso che l’emancipazione umana non può che concepirsi come progressiva riduzione della violenza naturale. Per questo il Pensiero debole è adeguato ai nostri tempi, in cui l’unica cosa che possiamo fare è tentare di ridurre la violenza».
Disgraziatamente però subiamo l’impatto di pensieri forti: l’islamismo…
«Sì, lo so, ma inventare un pensiero forte per abbattere gli altri pensieri forti sarebbe l’estremo inganno».
Nella sua autobiografia Non essere Dio parla dello «scandalo» per la morte dei suoi compagni, della mamma, della zia Angiolina. Perché è uno scandalo?
«Quello che scandalizza nella morte è l’interruzione di discorsi che non sono compiuti. Di nuovo, l’idea del peccato: che peccato che non ha vissuto più a lungo, che non ha potuto scrivere le sue cose... Il mio amico Gianpiero [Cavaglià, ndr] era un bravissimo critico letterario comparatista, sapeva l’ungherese, aveva introdotto in Italia Márai... Io un po’ ci credo alla vita eterna, non so bene cosa potrà essere, sempre più mi convinco che è quello che uno lascia, la sua opera. E quelli che sono morti senza avere la possibilità di prendere la parola sono in fondo vittime dell’ingiustizia della storia».
La sua morte, fra altri 80 anni, sarà uno scandalo?
«Dipende. Potrebbe esserlo se avessi ancora qualcosa da dire. Però… Heidegger sostiene che la morte è lo scrigno dell’Essere: cosa cavolo vorrà dire? Beh, vorrà dire che l’Essere in quanto evento richiede il passaggio delle generazioni: se io vivessi ancora altri 80 anni potrei inventare qualche altro sistema filosofico? Probabilmente no, basta! E quindi la mia mortalità biologica e la mia produttività ontologica vanno di pari passo».
Come festeggerà il suo compleanno?
«Non so, vedrò qualche amico, starò a casa, qui a Torino. È una bellissima città, Torino, come diceva Nietzsche quando era già pazzo. Ma forse quando lo diceva non era poi così pazzo».

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