sabato 12 maggio 2012

METODOLOGIA DELLA RICERCA SOCIOLOGICA. RAPINI A., Un lavoro di gruppo per raccogliere testi e immagini sulla politica coloniale francese, IL MANIFESTO, 11 maggio 2012

Una meticolosa raccolta di dati seguita da interviste in profondità percorrendo la Grande e la Piccola Cabilia. Il laboratorio della «conversione dello sguardo», elemento fondante di una prassi teorica radicale
Il disastroso andamento della guerra, cheormai dalle zone più interne si è ramificata in città, sollecita il potere centrale francese a una produzione di sapere su quella realtà, al fine di trovare una qualche bussola di orientamento e governare una via d'uscita. L'Istituto nazionale di statistica e studie conomici (Insee - «Institut national de la statistique et des études économiques») invia un gruppo di giovani per creare un ufficio in Algeria. L'assenza di un'istituzione deputata al rilevamento dati è una spia eloquente del vuoto di conoscenze sul paese. Nasce così l'Associazione per la ricerca demografica economica e sociale (Ardes - «Association de recherche sur le développement économique et social»), che ottiene delle risorse per mappare le condizioni demografiche, economiche e sociali della colonia. Contattato da Alain Darbel, Claude Seibel e Jean-Paul Rivet, Bourdieu offre la sua collaborazione come «sociologo». Prende avvio in questo modo tra il 1958 e il 1959 la prima grande inchiesta, che attraversa undici centri urbani e quattro campi di raggruppamento - da Tlemcen fino a Philippeville - collocati da est a ovest lungo tutta la parte settentrionale del paese. L'oggetto della ricerca è l'impatto del colonialismo sulle strutture sociali e mentali dei lavoratori e del sottoproletariato, finito nelle bidonville dopo lo sradicamento dalle campagne.(...)
L'inchiesta mostra subito un carattere originale: ha una dimensione di gruppo. Combina una parte quantitativa, affidata agli statistici - che lavorano su questionari chiusi per un campione rappresentativo della popolazione -, e un'altra qualitativa, condotta da Bourdieu e alcuni studenti universitari algerini con interviste approfondite. Tra loro Abdelmalek Sayad e Alain Accardo.
L'inchiesta, inoltre, si avvale dell'osservazione partecipante e dell'ausilio della fotografia, entrata con forza nel repertorio deglistrumenti d'analisi. Bourdieu fotografa, ad esempio, il vestiario tradizionale e quello europeo per collegare le condizioni sociali e gli stili di vita. Si colloca in punti strategici delle città e, mantenendo la stessa posizione per ore, immortala i passanti. Realizza scatti nei bar e registra di nascosto le conversazioni per abbozzare uno studio sulla lingua, sugli usi della lingua in contesti sociali e dentro tipi di relazioni differenti. Analizza i sistemi di parentela e avvia persino un sondaggio sui consumi nel campo di raggruppamento di Kerkera. Questa frenesia esprime tutto il senso della parola «iniziazione», cui ricorre spesso Bourdieu per ricordare la sua «conversione dello sguardo».
Le varie pratiche di ricerca sperimentate finiscono per dare vita a una vera e propria macchina per l'ascolto della società algerina, in cui i punti di vista dei partecipanti si incrociano, si arricchiscono reciprocamente e le discipline si ibridano, al punto che è difficile rubricare il metodo entro i confini dei saperi precedentemente tracciati: etnologia, antropologia e sociologia sono ricombinate.
Le interviste sono condotte a coppie, composte sempre da almeno un algerino, che funge da mediatore. Uno dei due espone le domande a memoria - senza supporti - per concentrarsi sull'intervistato, mentre l'altro prende appunti sulle risposte e sulle reazioni. Si rinuncia a ogni registrazione con il magnetofono, onde interferire il meno possibile nella relazione tra intervistatore e intervistato, solitamente diffidente verso i simboli occidentali. La coppia, inoltre, dichiara immediatamente di voler far conoscere le condizioni di esistenza e sofferenza degli algerini, puntando in questo modo a ridurre le possibilità reali di essere percepiti come gendarmi dell'ordine coloniale (...).
Nella primavera del 1959, durante l'osservazione dei lavoratori e del sottoproletariato, scoppia lo scandalo dei campi di raggruppamento. Direttamente dalle autorità francesi proviene la sollecitazione a conoscere quella realtà cresciuta e conservata sapientemente in un cono d'ombra della democrazia. Se i militari non sono affidabili per illuminare quelle zone oscure, poiché ne sono tra i principali artefici, ci si rivolge alla scienza: l'Ardes è incaricata di coordinare una seconda inchiesta di gruppo e a Bourdieu è affidata la direzione.
Appena trentenne, il giovane béarnese ha l'opportunità di studiare da vicino l'altro grande fenomeno prodotto dal colonialismo: la deportazione della popolazione contadina, la creazione dell'universo concentrazionario e la vita quotidiana nell'internamento. Ancora una volta, i punti di inchiesta selezionati si estendono da est a ovest: si tratta di quindici campi di dimensioni diverse e appartenenti a tutte le tipologie di raggruppamento.
Nella regione di Collo si trovauno dei centri ampiamente fotografati: Cheraïa. Quando è visitato dal gruppo di inchiesta è ancora in costruzione. Il responsabile della Sezione amministrativa speciale, che gestisce le strutture, aveva scaricato i lavori sulla popolazione: così ogni giorno donne, uomini e bambini percorrono circa 6 chilometri per raggiungere il sito, partendo dalla precedente abitazione. Gli uomini tagliano alberi e rami per formare la struttura delle abitazioni, le donne rivestono di terra le costruzioni di legno. Infine, i bambini, come si vede in foto (N. 85/766 Cheraïa), aiutano nel trasporto delle fascine e delle zolle. (...) Nella piana del fiume Chélif, si trova invece Djebabra (fotoO 29/6), che è il potenziamento di un insediamento già esistente con il suo spazio organizzato. Si tratta, quindi, di uno dei campi meno violenti. Raduna insieme le popolazioni di due precedenti farqat (frazioni): Djebabra e Merdja, accogliendo 944 persone nell'aprile 1959. (...)
Nello scenario della guerra, l'inchiesta diventa oltre modo complicata. Per poter accedere a questi territori Bourdieu ha bisogno di una doppia autorizzazione: formale, da parte delle autorità francesi; informale, da parte dell'autorità di fatto in molti settori dell'Algeria e anche dentro i campi: il Fln. Probabilmente, la mediazione di Abdelmalek Sayad e della sua rete di parentela e di amicizie, consente - anche grazie alla sua capacità di entrare in sintonia con le popolazioni - di ottenere il benestare del fln, senza il quale nulla si sarebbe fatto. Per precauzione, il piccolo gruppo, coordinato da Bourdieu, si muove attraverso l'Algeria rifiutando la scorta militare e gli alloggi per l'esercito. Nonostante l'aumento dei rischi, è una di quelle accortezze per evitare di essere identificati con l'occhio e l'orecchio dell'ordine coloniale.

Nessun commento:

Posta un commento