domenica 8 settembre 2013

IL RAZZISMO COME PREGIUDIZIO. SERGIO LUZZATTO, Razzisti, è ora di smettere, IL SOLE 24 ORE,, 1 settembre 2013

I Cold Spring Harbor Symposia erano famosi nel secolo scorso per il loro alto livello scientifico: ho avuto la fortuna di essere presente quando lì per la prima volta fu mostrata in un’immagine rimasta storica la soluzione del codice genetico. Quei simposi avevano successo anche perché si dava ampio spazio alle discussioni informali che si svolgevano per lo più all’aperto in quel bellissimo campus sui prati di Long Island: e quando si parlava di evoluzione la figura di riferimento era Theodosius Dobzhansky, autore del libro Mankind evolving. Ma dopo le spettacolari scoperte di fossili di ominidi pre-umani nel Kenya, fu il fisico Frederick Seitz, allora presidente della Us National Academy, che in un altro simposio raccontò come gli fu chiesto se secondo lui i primi umani erano bianchi o neri. Egli rispose che non aveva dati scientifici in merito; ma poi aggiunse: «Se circa duecentomila anni fa mi fossi trovato, quasi solo, senza mezzi e senza riparo, in quell’altipiano del Kenya sotto il sole equatoriale, mi sarei augurato di essere protetto almeno dalla densità più alta possible di pigmento nella mia pelle». In poche parole, conveniva essere nero.



Che la pigmentazione cutanea sia un carattere eminentemente passibile di selezione darwiniana lo sanno ormai anche i ragazzi delle scuole medie (almeno spero): se sotto il sole conviene avere tanta melanina, quando il sole scarseggia è meglio invece che la pelle lasci passare quei pochi raggi ultravioletti che in Scandinavia, per esempio, arrivano sugli umani, producendo vitamina D e prevenendo così il rachitismo. Ma se la spiegazione è così semplice, perché il razzismo sopravvive? E perché in Italia, avendo finalmente un governo multietnico, dobbiamo poi trovarci imbarazzati dagli attacchi razzisti contro una persona nata in Africa? Ormai chi li fa dovrebbe sapere che studi sul Dna di migliaia di persone hanno dimostrato che i primi umani abitavano in Africa, che lì hanno continuato a evolversi per almeno centomila anni, e solo circa sessantamila anni fa hanno sciamato negli altri continenti. Se dei primati non umani siamo cugini, degli Africani siamo discendenti diretti: tutti, anche i Padani.
In questo settore la scienza «ufficiale» che si chiamava una volta antropologia fisica non ha molto di cui vantarsi. Nella scia della classificazione naturalistica iniziata nel Settecento da Linneo, si è discusso fino alla metà del secolo scorso se le razze umane fossero 3, o 5, o un centinaio. Il numero 3 aveva origine biblica: dopo il diluvio universale la terra era stata ripopolata dai discendenti dei 3 figli di Noè dei quali il primo, Sem, aveva dato origine agli Ebrei e agli Arabi; Cam – il cui figlio era stato maledetto – aveva dato origine agli Africani; e Japhet a tutti gli altri. Forse lo scrittore biblico mirava alla pace tra gli Ebrei e i loro vicini (risultato a tutt’oggi non raggiunto); e non penso che volesse stigmatizzare gli Africani: purtroppo però per secoli molti lettori hanno così interpretato quella maledizione. Per fortuna oggi l’antropologia fisica è stata riassorbita dalla genetica, ed è divenuto chiaro perché in alcuni animali, ma non nella specie umana, le razze esistono davvero: ad esempio i cani bassotti sono stati prodotti ad arte incrociando fratelli e sorelle per molte generazioni. Nella specie umana per fortuna questo non è mai avvenuto: invece, una popolazione migrante potrà avere un patrimonio genetico lievemente differente da quella da cui si è allontanata. Ciò malgrado, la differenza genetica media tra un individuo e un altro della stessa popolazione è solo di poco inferiore a quella tra un individuo della popolazione migrante e di quella originaria. Ha detto bene Guido Barbujani, nel suo libro Sono razzista, ma sto cercando di smettere, che il razzista obietta: ma si vede subito che quella persona viene dall’Africa. La spiegazione è ovvia: quando guardiamo una persona non riusciamo a vedere subito i caratteri più importanti, ad esempio se è portato per la musica o per la matematica o per la politica; vediamo invece quei caratteri esterni che l’ambiente ha selezionato, e tra questi, come si è detto, vi è la quantità di melanina nella cute.
In sintesi, le differenze genetiche esistono, ma nelle varie popolazioni umane hanno un carattere graduale piuttosto che nettamente discontinuo. Al giorno d’oggi gli scienziati – quasi tutti – si sono redenti da un passato razzista e sono d’accordo che non vi è una base scientifica per il concetto di razza. In effetti, se non ho risposto alla mia stessa domanda – perché il razzismo sopravvive – è perché non ha nulla a che fare con la scienza. La paura del diverso, la difesa del territorio, le associazioni consapevoli o inconsapevoli tra persone nere, pecore nere e coscienze non pulite fanno parte dell’irrazionale più che del razionale della psiche umana; e forse per questo pesano tanto. Oggi la situazione non è quella evocata da Seitz: le persone bianche, prive del vantaggio biologico dell’iperpigmentazione cutanea, possono viaggiare nei Paesi tropicali grazie ai progressi della tecnologia, consistente prima nei caschi coloniali e poi in buoni condizionatori. È una caratteristica della specie umana che l’evoluzione biologica venga sopravanzata da quella tecnologica e culturale: lo toccheremo con mano quando la cultura sarà tale che un ministro venga giudicato non in base al colore della pelle ma in base alle sue capacità politiche.

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