martedì 7 ottobre 2014

SOCIETA' CONTRADDITTORIE. IRAN. ZOLIN N., Vizi privati (e pubbliche virtù) dei giovani iraniani, CORRIERE DELLA SERA,

«Se potessi usare una sola parola per descrivere il mio stato d’animo sceglierei confusione. Mostafa ha 25 anni. Vive con sua madre e i suoi fratelli in un appartamento di Tajrish, nel Nord di Teheran. “A volte vorrei soltanto andarmene. Partire come già hanno fatto molti dei miei amici. Ma non ce la faccio a mollare la mia famiglia. Non ora, anche se mi sento d’esplodere qui. E’ come se m’avessero rubato la leggerezza di essere giovane.»
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Il celebre graffito davanti alla vecchia ambasciata statunitense, occupata da un gruppo di studenti dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981, prendendo in ostaggio 52 funzionari
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La generazione dei medio-borghesi di città, quelli tra i venti e trent’anni, nati dopo la rivoluzione del ’79, si trova in bilico tra due sfere culturali opposte e parallele: quella della tradizione culturale persiana, più o meno plasmata dalla versione sciita dell’islamismo, e quella metropolitana contemporanea, infusa di influenze di cultura globale. In Occidente, la retorica che etichetta l’Iran come paese ostile è entrata oramai nell’immaginario collettivo. Ma sarebbe a dir poco fuorviante appiccicare tale definizione ai ragazzi dell’Iran metropolitano contemporaneo, che dell’Occidente nutrono al massimo un po’ d’invidia, per quelle affermate libertà civili che in Iran sono ancora vere e proprie chimere.
http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/14_ottobre_06/vita-glamour-giovani-ricchi-teheran-7df7ea02-4d74-11e4-a2e1-2c9bacd0f304.shtml

Internet, i social network e la TV via cavo si sono rivelaticanali di informazione e aggregazione illuminanti per i giovani di oggi. Nonostante la censura mediatica, il paese sta vivendo trasformazioni sociali interne rilevanti, che in parte stanno indebolendo i sistemi governativi di controllo del dissenso interno. La stampa nazionale è sorvegliata e strumentalizzata, ma è dall’estero che viene la contro-propaganda più minacciosa per l’establishment della Repubblica. I report sviluppati dai vari giornalisti, think thank e ONG in diaspora, delegittimano l’onestà delle azioni del regime e in alcuni casi esortano i propri connazionali a contestare il sistema attuale. Pensare che di conseguenza la politica in Iran sia un tabù è un grande errore. Di politica si parla ovunque, per strada, nei taxi, nelle fumerie, dentro e fuori le moschee.
Secondo Alaz, studente 22-enne di ingegneria a Teheran, le differenze culturali tra i giovani iraniani e i loro coetanei europei è minima. Alaz non ha mai lasciato il suo paese, ma non ha torto nell’affermare che «siamo cresciuti ascoltando la stessa musica, guardando gli stessi film e leggendo gli stessi libri.» Non si potrebbe dire lo stesso per la generazione dei loro padri. E’ tra genitori e figli che s’è creato il dislivello culturale più ampio. «Vivevano in un paese più povero, più chiuso, più provinciale e non avevano la coscienza storica e politica della loro realtà. Desideravano liberarsi dalla corruzione del sistema monarchico, mentre noi vogliamo conquistarci la libertà di pensare e di essere noi stessi.»
Come comprendere le origini e le ragioni della Rivoluzione vissuta dai loro padri? Com’è possibile che il nazionalismo e l’anti-imperiaslimo terzomondista di quei tempi abbiano dato vita ad una società sclerotica come quella attuale? I giovani d’oggi sono nati ai tempi in cui il conflitto con l’Iraq si strascinava al termine, quando le immagini dei martiri popolavano le enormi facciate degli edifici dei centri urbani e il revisionismo culturale trasformava silenziosamente ogni ramo della vita sociale. I segni della rivoluzione islamica sono ancora ovunque, come lo è lo slogan “la rivoluzione è forte e viva”, figlio di un’eredità culturale rifiutata drasticamente dalle nuove generazioni. I loro padri invece, nella rivoluzione del 1979 ci hanno creduto davvero, chi soltanto all’inizio, chi per molti anni. Ma nessuno di loro s’immaginava che il regime che li attendeva potesse far rimpiangere quello dello Shah.
La religione da allora è stata inculcata soprattutto attraverso l’educazione, dalla scuola elementare all’istruzione universitaria. La conoscenza scientifica s’è mescolata alla propaganda religiosa impregnata di politicismo. La millenaria storia del paese viene insegnata attraverso una lente rivoluzionaria, un po’ come se i precetti khomeinisti costituissero da sempre l’identità del paese. Ma questa retorica non riesce facilmente a far breccia nei cuori e nelle menti degli iraniani delle classi medie. Al contrario, il rifiuto delle norme del regime si traduce talvolta in un rifiuto integrale dell’ideologia religiosa. Molti ragazzi s’improvvisano atei, simpatizzano per l’antica religione nazionale dello Zoroastrismo e per il misticismo dei Sufi, si appassionano allo yoga e alla meditazione. In molti continuano a sentirsi mussulmani, ma preferiscono vivere la propria fede in privato.
La subcultura dei giovani medio-borghesi metropolitani potrebbe così definirsi post-islamica. Ragazzi che pensano e agiscono in maniera libera ed indipendente, anche a costo di violare molte delle coercizioni imposte dalla legge islamica. Ma di fatto son proprio questi divieti a far riflettere i giovani e a farli propendere verso l’evasione. Laddove lo sguardo orwelliano del sistema non può arrivare s’accende una realtà parallela, un mondo a parte, con altri valori e altre regole dominanti. Nel privato si plasma la cultura dell’Iran metropolitano contemporaneo, incline alle contaminazioni sia occidentali che orientali, tanto aperta al cambiamento quanto affamata di diversità.
Il giovedì notte è il momento più propizio per partecipare ad incontri e feste clandestine,in parchi periferici, locali affittati o case private. La vita pubblica offre ben poche possibilità di svago ed è per questo che i giovani devono essere inventivi nell’organizzarsi situazioni ricreative lontane da occhi indiscreti. L’entusiasmo con il quale vi prendono parte è incredibile, anche nei casi in cui tali feste non son altro che semplici ritrovi d’una decina d’amici o poco più. Di solito c’è sempre qualcuno che porta una bottiglia di rum o vodka, comprate al mercato di frodo, e chi porta birra e vino prodotti in casa. Altri gruppi di ragazzi preferiscono fumare marijuana, il cui consumo tra i giovani sta assumendo sempre più i tratti del fenomeno di massa. Per molti altri invece basta un narghilè, un po’ di musica e gli amici giusti.
Per le giovani donne, queste feste sono l’occasione ideale peresprimere la propria sensualità e avventurarsi nel gioco della seduzione. Per una sera possono indossare abiti provocanti, sfoggiare acconciature libere dal velo e labbra bagnate di rossetto, per poi tornare come cenerentole alla sobrietà richiesta il giorno successivo. L’attenzione per l’estetica raggiunge talvolta livelli maniacali, probabilmente proprio in risposta alla morigeratezza imposta dall’alto. Ricorrere alla chirurgia estetica al naso è sempre più comune, sia tra le ragazze che tra i ragazzi, e il cerotto post-operatorio, anziché generare disagio, provoca quell’orgoglio tipico di chi si è allineato ad uno status symbol.
Il sesso invece continua ad essere un tabù. Le relazioni tra giovani innamorati raramente si sviluppano alla luce del sole. Il sesso avviene, spesso anche prima del matrimonio, ma di norma senza far si che la ragazza perda la sua verginità. Secondo Bahar, 28-enne di Shiraz, «anche la cultura sessuale delle donne sta cambiando. In questo momento non sappiamo più a cosa credere. Da una parte abbiamo i nostri istinti. Dall’altra la nostra cultura. Non sappiamo più di chi e di cosa fidarci.»
“La nostra mente vola, ma il nostro corpo non si muove da qui”, mi raccontano invece Mehdi e Samanè, che vivono insieme ad Esfahan, a due passi dal ponte Si-o-sè. Lui è uno storico, lei fa la traduttrice. Sono ragazzi positivi e impegnati socialmente, ma digeriscono poco la censura che devono applicare al loro lavoro. Dicono di sentirsi come Benigni nel film ”La vita è bella”. Mehdi ironizza sul fatto che in Iran «sei libero di pensare quello che pensano loro, di dire quello che pensano loro e di fare quello che dicono loro.» Ma non tutti riescono a vedere il presente con tanto umorismo. Un amico di Mehdi, Davud, ha da poco mollato il suo lavoro dopo essere caduto in depressione. Ora desidera soltanto partire, mettersi a viaggiare e scoprire ciò che si trova aldilà dell’altopiano iranico.
La fuga è l’opzione preferita per i ragazzi che non vogliono adattarsi, per chi non vuole adempiere al servizio militare obbligatorio e per coloro che non vedono grosse prospettive nel presente. Il numero dei laureati iraniani, soprattutto della facoltà di ingegneria, è ben superiore ai posti di lavoro specializzati offerti dal paese. Un diplomato su quattro si è trasferito in un paese del mondo occidentale e non ha intenzione di tornare: una fuga di cervelli che nuoce solamente allo stato iraniano. Il Leader Supremo Khamenei s’è detto preoccupato della fuga delle sue menti più brillanti, ma ha affermato che il paese ha bisogno di esperti che siano fedeli alla Repubblica Islamica, e di solito chi emigra, lo fa sia per soldi che per ragioni ideologiche.
L’avvicendarsi di Rouhani alla presidenza della Repubblica ha fatto sperare a qualche osservatore che il trend possa invertirsi, grazie all’apporto di alcune riforme sostanziali. E’ proprio la battaglia sulle libertà civili, il campo sul quale si sta giudicando l’operato del nuovo presidente. L’allentamento della pressione “morale” sui cittadini è già stato accolto da molti come un sollievo. C’è chi vede il clima del dopo-Ahmadinejad meno oscuro, anche se la stretta sugli oppositori politici non si è allentata. C’è già chi predica ottimismo e c’è chi crede, come i ragazzi che hanno postato un video mentre ballano al ritmo delle note di “Happy” di Pharrel Williams, che la libertà bisogna prendersela, anche attraverso le provocazioni. Contrariamente, c’è chi crede che questo vento di positività sia stato costruito per mascherare i problemi reali che hanno messo in ginocchio il paese.
E’ idea condivisa che in Iran non ci siano orizzonti di cambiamento radicali, almeno in tempi brevi. Secondo Mohsen, che ha frequentato college e università in California, per poi aprire un business con il padre a Teheran, i cittadini iraniani non sono ancora pronti per un cambiamento radicale. «Non possiamo cambiare tutto in un giorno, dovremmo prima imparare ad essere una democrazia. Se avvenisse ora un cambio di regime, sono certo che staremo ancora peggio. Ci hanno forzato a vivere in cattività, rafforzando l’opposizione ed esasperando i contrasti all’interno della società. Ma se il governo mollasse il controllo del paese in questo momento, diventeremo capitalisti in meno di un secondo.»
Cosa che gli iraniani, nonostante i loro vizi e i loro svaghi, non sono certi di voler permettere. Ai tempi di Khomeini c’era uno slogan che diceva “Né Oriente, né Occidente, ma Repubblica Islamica!”. Per i giovani medio-borghesi di oggi, sarebbe forse più appropriato dire: ”Né Oriente, né Occidente e una Repubblica post-Islamica!”, reclamando perlomeno, un paese che garantisca la libertà di ognuno di fare e di pensare, nonché di sognare il futuro che ciascuno desidera.

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