domenica 25 ottobre 2015

SOCIOLOGIA. SASKIA SASSEN. B. VECCHI, Saskia Sassen e i predatori della vita perduta, IL MANIFESTO, 21 ottobre 2015

Ambi­zione e rigore. Saskia Sas­sen ha entrambe le carat­te­ri­sti­che. Il suo rigore emerge nella mole di dati rac­colti, ela­bo­rati e assem­blati per dare rile­vanza empi­rica alle ambi­ziose tesi che pro­pone. Lo ha sem­pre fatto, in tutte le sue ricer­che che hanno scan­dito una vita acca­de­mica all’insegna di un noma­di­smo intel­let­tuale che l’ha por­tata a sog­gior­nare in molti paesi – Argen­tina, Ita­lia, Regno Unito, Stati Uniti – per com­pren­dere una ten­denza ormai dive­nuta realtà, la glo­ba­liz­za­zione. Dal suo noma­di­smo intel­let­tuale è infatti nato Glo­bal Cities (Utet), il libro che l’ha fatta cono­scere al pub­blico (e che è stato più volte aggior­nato), ma anche le altre opere sui con­flitti den­tro e con­tro la glo­ba­liz­za­zione (Glo­ba­liz­zati e scon­tenti, Il Sag­gia­tore), le migra­zioni (Migranti, coloni, rifu­giati, Fel­tri­nelli).


È però con Ter­ri­to­rio, auto­rità, diritti (Bruno Mon­da­dori) che il puzzle sulla glo­ba­liz­za­zione è por­tato a ter­mine. L’economia mon­diale, le tra­sfor­ma­zioni della forma-stato, il rap­porto tra locale e sovra­na­zio­nale, le pos­si­bili poli­ti­che di con­te­ni­mento e oppo­si­zione al capi­ta­li­smo sono lì, spre­giu­di­ca­ta­mente messi a tema. La glo­ba­liz­za­zione non è una paren­tesi del capi­ta­li­smo, è equi­pa­ra­bile alle sue ten­denze e alla inter­na­liz­za­zione del capi­tale che, alla fine dell’Ottocento e nel primo decen­nio del Nove­cento, hanno visto dispie­garsi le poli­ti­che di potenza colo­niali e impe­ria­li­sti­che dei paesi euro­pei e degli Stati Uniti.
La glo­ba­liz­za­zione ha scosso nelle fon­da­menta sia le rela­zioni tra gli stati – il sistema mondo di Gio­vanni Arri­ghi e Imma­nuel Wal­ler­stein – che, nelle for­ma­zioni poli­ti­che di matrice libe­rale, il deli­cato equi­li­brio tra il potere giu­ri­dico, legi­sla­tivo e ese­cu­tivo, asse­gnando a quest’ultimo un ruolo pre­pon­de­rante sugli altri due.

I padroni dell’austerità

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In que­sto tra­monto dello stato libe­rale, Saskia Sas­sen asse­gnava ai movi­menti sociali la fun­zione di argine poli­tico alla colo­niz­za­zione mer­can­tile della vita sociale. Quel che non poteva certo pre­ve­dere – il rigore la pre­serva da qual­siasi deriva pro­fe­tica — è la crisi ini­ziata nel 2007. Tutto ciò che sem­brava solido, si è dis­solto nell’aria e invo­care il ritorno dello Stato nazio­nale come trin­cea da dove com­bat­tere il neo­li­be­ri­smo è come gri­dare alla luna: alle­via il disa­gio, ma non risolve un gran­ché, come d’altronde testi­mo­niano l’esito estivo delle vicende greche.
La messa in angolo del governo di Atene da parte dell’Unione euro­pea fa emer­gere infatti la vel­leità di chi ha pro­po­sto lo stato nazio­nale come arma poli­tica con­tro la logica neo­li­be­ri­sta dell’Unione euro­pea. Più che abban­do­nare lo spa­zio poli­tico euro­peo, il con­flitto con­tro l’austerità con­ti­nen­tale rende evi­dente che l’unico spa­zio poli­tico pra­ti­ca­bile è pro­prio quello sovranazionale.
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Saskia Sas­sen è una attenta osser­va­trice par­te­cipe delle vicende euro­pee – passa molti mesi dell’anno in Inghil­terra, dove ha tenuto semi­nari e corsi alla Lon­don School Of Eco­no­mics — e ha visto dispie­garsi la crisi eco­no­mica che ha messo in ginoc­chio intere eco­no­mie nazio­nali (la Gre­cia, la Spa­gna, il Por­to­gallo. L’Italia, stra­na­mente, non è mai citata). Allo stesso tempo ha accu­mu­lato dati sulla cre­scita delle disu­gua­glianze sociali, sulla povertà, sul degrado ambien­tale e sulla ridu­zione di intere regioni dell’Africa in terre di rapina da parte di mul­ti­na­zio­nali e paesi emer­genti. Fatti tutti noti, ma che l’hanno con­vinta a ini­ziare un nuovo puzzle, que­sta volta sulla glo­ba­liz­za­zione dopo la crisi, una sorta di mappa sociale della «glo­ba­liz­za­zione 2.0».
rifugiati
Sicu­ra­mente il volume Espul­sioni man­dato alle stampe dal Mulino (pp. 288, euro 25) è da con­si­de­rare un tas­sello di que­sto nuovo puzzle teso a ren­dere visi­bili le ten­denze siste­mi­che sot­ter­ra­nee del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo e a ren­dere visi­bili gli «espulsi». Per Sas­sen l’ultimo decen­nio ha visto dispie­garsi for­ma­zioni pre­da­to­rie glo­bali com­po­ste da imprese finan­zia­rie e da quelle impe­gnate nella pro­du­zione di merci, nell’agricoltura. Il dato più inquie­tante è che sono for­ma­zioni pre­da­to­rie che si muo­vono sot­to­trac­cia e che si sot­trag­gono allo sguardo pub­blico, cioè a quella sfera col­let­tiva che potrebbe met­tere in discus­sione la loro esi­stenza. Una delle vit­time eccel­lenti della glo­ba­liz­za­zione dopo la crisi è dun­que la demo­cra­zia, senza che que­sto coin­cida con l’abolizione di alcuni diritti civili e politici.
Il let­tore attento rico­no­sce temi e argo­menti cari ai teo­rici del capi­ta­li­smo estrat­tivo come David Har­vey. Saskia Sas­sen sot­to­li­nea però che quello che descrive è un pro­cesso che non vede ancora un punto di equi­li­brio. Le for­ma­zioni pre­da­to­rie pro­spe­rano cioè in una con­di­zione di perenne tran­si­zione, dove il pas­sag­gio da un capi­ta­li­smo fon­dato sull’inclusione — gli anni d’oro del wel­fare state — a un capi­ta­li­smo fon­dato sulla esclu­sione, vede una geo­gra­fia sociale e poli­tica varia­bile nel tempo e nello spazio.

Le faglie della world factory

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Un libro dun­que ambi­zioso. L’avvio non lascia molti spazi all’ambiguità. Il capi­ta­li­smo ha imboc­cato una strada dove sacri­fi­care milioni di uomini e donne e intere regioni del pia­neta alle logi­che di accu­mu­la­zione della ric­chezza. È un sistema bru­tale, fon­dato sull’espulsione e l’esclusione: dal lavoro, dalla casa, dal vil­lag­gio, men­tre cre­scono espo­nen­zial­mente le terre e acque morte per la sel­vag­gia estra­zione di mine­rali o per col­ti­va­zioni inten­sive di olio di palma o di piante desti­nante ad essere tra­sfor­mate in bio­car­bu­ranti. Milioni di uomini e donne sono così cac­ciati dal lavoro, a causa delle poli­ti­che glo­bali di outsour­cing, ren­dendo l’alta disoc­cu­pa­zione un feno­meno strut­tu­rale e per­ma­nente in Europa e negli Stati Uniti, con il con­se­guente innal­za­mento delle disu­gua­glianze e della povertà. I can­tori del libero mer­cato non pos­sono certo sal­varsi l’anima soste­nendo che nei cosid­detti paesi emer­genti cre­sca l’occupazione e una classe media desi­de­rosa di con­su­mare e di occu­pare final­mente un posto al sole dell’economia mon­diale. Que­sti sono dati tran­si­tori, per­ché il capi­ta­li­smo, nella sua erranza pla­ne­ta­ria, sa che sono paesi da usare fino a quando la ric­chezza da estrarre non sarò finita. Le faglie mani­fe­state dalla world fac­tory cinese e dalle eco­no­mie indiane, bra­si­liane e suda­fri­cane fanno intra­ve­dere che anche in quei paesi la crisi rivela la stessa bru­ta­lità avuta in Europa e Stati Uniti. Il numero dei poveri, dei senza tetto, degli espulsi cre­sce dun­que sia nel Nord che nel Sud del pianeta.
landgrabbing
Inte­res­santi sono anche le pagine dedi­cate al ruolo della finanza nella «glo­ba­liz­za­zione 2.0». Non senza iro­nia Saskia Sas­sen descrive come nelle imprese glo­bali finan­zia­rie chi lavora ala­cre­mente non sono bro­ker o spre­giu­di­cati finan­zieri. Que­sti sono l’ultimo anello di una catena che vede al lavoro fisici, mate­ma­tici, infor­ma­tici: tutti dediti alla ela­bo­ra­zione di algo­ritmi che fac­ciano acce­le­rare il flusso di capi­tali al fine di accu­mu­lare ric­chezze «estratte» dalla finan­zia­riz­za­zione dei biso­gni sociali: la casa, il man­giare, il lavoro, la for­ma­zione, la salute. Tutti ele­menti che favo­ri­scono l’indebitamento indi­vi­duale e delle nazioni, vista la ridu­zione delle entrate fiscali dovute a poli­ti­che indul­genti verso la tas­sa­zioni dei profitti.
Per fron­teg­giare la crisi del 2007 dei sub­prime e quella suc­ces­siva dei cre­dit default swaps gli stati nazio­nali sono inol­tre inter­ve­nuti per sal­vare imprese troppo grandi per fal­lire. E lo hanno fatto usando il denaro che i con­tri­buenti hanno ver­sato con le tasse. Una espro­pria­zione ulte­riore di ric­chezza pro­dotta dal lavoro vivo sociale.
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Un altro ele­mento che nel libro ha un ruolo rile­vante è il land grab­bing, cioè l’acquisto di terre da parte di imprese agroa­li­men­tari o mine­ra­rie. Milioni di ettari di paesi afri­cani, dell’Indonesia, dell’Ucraina e della Rus­sia sono state acqui­state da mul­ti­na­zio­nali e stati nazio­nali – gli Emi­rati del Golfo, ma anche la Cina e la Corea del Sud – per col­ti­vare ali­menti da immet­tere nel mer­cato mon­diale. Lo stesso vale per le imprese mine­ra­rie. La bru­ta­lità di que­sto pro­cesso sta nel fatto che in Africa si sono mol­ti­pli­cate feroci guerre locali con­dotte da «eser­citi» che si can­di­dano a gestire l’ordine pub­blico in alcune nazioni e così svol­gere un ruolo nelle for­ma­zioni pre­da­to­rie che si muo­vono nel pia­neta. In altri paesi è l’esercito «uffi­ciale» che cac­cia dalle terre i con­ta­dini. Da qui l’espulsione di milioni di donne e uomini che cer­cano una via di fuga verso l’Europa e gli Stati Uniti. Ogni distin­zione tra rifu­giato eco­no­mico e poli­tico perde così di signi­fi­cato. Anche se, avverte con acume Saskia Sas­sen, i costi mag­giori degli esodi ricade nel Sud glo­bale del mondo: la mag­gio­ranza asso­luta dei rifu­giati rimane infatti nel Sud del mondo, men­tre nel Nord del pia­neta arriva solo una biblica mino­ranza di rifu­giati eco­no­mici e politici.

Domande ine­vase

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Come inter­rom­pere que­sta discesa negli inferi è domanda alla quale Saskia Sas­sen non sa dare rispo­sta. C’è ama­rezza, disin­canto nelle pagine di que­sto libro. È un cam­bia­mento di pro­spet­tiva che l’autrice invita a fare. Non c’è nes­sun punto di resi­stenza indi­vi­duato, come invece aveva indi­cato l’autrice in altri libri. La società civile orga­niz­zata o i movi­menti sociali non com­pa­iono in que­sto sag­gio. Sono qui signi­fi­canti vuoti rispetto una logica siste­mica che non ammette punti di rot­tura. L’inversione della ten­denza non è data. All’orizzonte non c’è nes­sun potere costi­tuente che può garan­tire una fuo­riu­scita dal «capi­ta­li­smo estrat­tivo». Ma non c’è nep­pure nes­sun potere desti­tuente. La rivolta non è ammessa dalle for­ma­zioni pre­da­to­rie: se si mani­fe­sta, va repressa dura­mente. E le città glo­bali non sono nep­pure il luogo dove spe­ri­men­tare forme di demo­cra­zia diretta e di coo­pe­ra­zione sociale «alter­na­tiva», come Saskia Sas­sen ha più volte soste­nuto nel recente pas­sato. Per il momento, il pen­siero cri­tico, l’attitudine cri­tica ser­vono, secondo l’autrice, solo a ren­dere visi­bile ciò che è invisibile.
Ma per ren­dere visi­bile l’invisibile serve un’operazione di verità. E dun­que di rivolta, pro­vando a coniu­gare il potere desti­tuente della rivolta con il potere costi­tuente che dà forma all’altro mondo pos­si­bile che l’azione di sve­la­mento ope­rata dai movi­menti con­du­cono. In fondo la poli­ti­ciz­za­zione le rela­zioni sociali è l’unica azione rea­li­stica di sve­la­mento del potere per­for­ma­tivo della vita mani­fe­stato dalle for­ma­zioni predatorie.

A Roma il Salone dell’editoria sociale

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Saskia Sas­sen sarà pro­ta­go­ni­sta gio­vedì dell’incontro «Per un’Europa dell’inclusione e dei diritti» alla Sala della regina a Roma (ore 15). L’incontro orga­niz­zato dalla Pre­si­dente della Camera dei Depu­tati Laura Bol­drini è solo su invito. Per chi invece è inte­res­sato a una discus­sione sulle tesi del suo ultimo libro «Espul­sioni» (Il Mulino) l’appuntamento è nella gior­nata d’apertura del Salone dell’editoria sociale che prende il via gio­vedì a Porta Futuro di Roma (Via Gal­vani, ore 17.45).
Quest’anno il Salone dell’editoria sociale è dedi­cato al tema della «Gio­ventù bru­ciata», cioè alle nuove gene­ra­zioni che sono col­pite dalle poli­ti­che di auste­rità che negano loro il futuro.
Ridotti sono i finan­zia­menti alla for­ma­zione, cre­sce in molti paesi il debito stu­den­te­sco per pagare le rette uni­ver­si­ta­rie sem­pre più alte. Minore la pos­si­bi­lità di entrare nel mer­cato del lavoro (l’esperienza della pre­ca­rietà è ormai la regola nel capitalismo).
Eppure sono sem­pre i gio­vani il «tar­get» pri­vi­le­giato per spre­giu­di­cate cam­pa­gne pub­bi­ci­ta­rie di chi vende merci spac­cian­dole per stili di vita più o meno alternativi.
Il pro­gramma del Salone dell’editoria sociale (con­sul­ta­bile per intero al sito inter­net: edi​to​ria​so​ciale​.info) pre­vede work­shop semi­nari e pre­sen­ta­zione di libri.
Nella gior­nata di gio­vedì, oltre l’incontro con Saskia Sas­sen, sono da segna­lare la tavola rotonda «Il terzo set­tore alla deriva?» (ore 16) e «Stra­nieri per forza» (ore 16.15, sala B).
Il giorno dopo, ore 16, tavola rotonda su «Wel­fare, red­dito, lavoro. Le sfide della gene­ra­zione pre­ca­ria». Alle 18 sarà invece pre­sen­tato il libro, curato da Sbi­lan­cia­moci, «Wor­kers Act». Dome­nica, invece, è la volta della pre­sen­ta­zione del volume «I Muri di Tunisi», un’analisi dei mura­les e dei graf­fiti nella capi­tale tuni­sina prima e dopo la pri­ma­vera araba. A pre­sen­tarlo Michela Bec­chis, Ceci­lia Dalla Negra, Luce Lac­qua­nita (autrice del libro) e il gra­phic jour­na­list Takoua Ben Mohamed.

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