sabato 16 novembre 2019

CLASSI SOCIALI OGGI. M. G. MERIGGI, La classe operaia è tramontata? OLTRE IL CAPITALE, 2, novembre 2019

Da alcuni decenni ormai nella discussione pubblica si è affermata un’idea che non ha permeato solo la discussione politica ma anche il discorso sociologico e ha influenzato la ricerca storica: il tramonto della classe operaia. Di recente il perdurare della crisi iniziata alla fine del 2006 negli Usa e che ha influenzato profondamente mercati del lavoro e modelli produttivi e l’insorgere elettorale e sociale dei populismi1hanno rimesso all’ordine del giorno delle agende politiche l’importanza del lavoro come fonte di reddito e di integrazione sociale ma non certo la centralità dei lavoratori e dei loro conflitti.

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Questa eclissi ha assunto le forme più svariate. Quella “di sinistra” ritiene che si possa parlare di classe solo in presenza di esplicite manifestazioni di coscienza di classe, espressa politicamente. Per questa concezione, più leninista che marxista, prima l’integrazione nel “ceto medio” poi l’adesione (supposta? reale?) ai populismi avrebbe decretato l’eclissi della classe operaia come soggetto politico e questo compito dovrebbe essere assunto da altri “ultimi del mondo”. Ho scritto più leniniana che marxista – con tutte le semplificazioni che queste definizioni implicano – perché altre tradizioni teorico-politiche attribuiscono centralità anche alle forme immediate del conflitto di classe che si può manifestare nei luoghi di lavoro o nelle mobilitazioni sociali in forme che comportano il silenzio politico: non dimentichiamo che per il giovane Marx una delle prime manifestazioni di classe nella Francia del 1848 è l’insurrezione “elementare”, accusata di essere “bonapartista”, del giugno2. “Maledetto sia il giugno!”, anche se quella sconfitta ha aperto la strada al successo elettorale di un regime autoritario – il bonapartismo – che ha esibito almeno nella propaganda della fine del ’48 alcuni tratti populisti.
Altre analisi con le quali invece è necessario confrontarsi sono quelle sulle trasformazioni dei sistemi produttivi che avrebbero reso minoritari e/o irrilevanti gli operai nei sistemi produttivi capitalistici. Queste analisi indicano due aspetti. La contrazione dell’occupazione operaia in senso stretto dopo le ondate di crisi e delocalizzazioni della fine del Novecento. La sostituzione come fonte di profitto dello sfruttamento della forza lavoro con la speculazione finanziaria: non solo bancaria ma immobiliare e qui un problema certamente esiste se pensiamo a quante realtà produttive al centro di lotte importanti (la INNSE, la Rimaflow) hanno avuto al centro proprio il possibile uso speculativo e non produttivo delle loro aree.
Ci sono poi altre tesi – più interessanti ma anche più insidiose – che leggono con intelligenza la complessità dei sistemi produttivi investiti dalle nuove tecnologie informatiche come occasione di valorizzazione di una parte della forza lavoro e di nuova armonia sociale.
Al centro delle discussioni dovrebbero essere dunque i soggetti sociali protagonisti della crisi e il loro ruolo nell’organizzazione del lavoro, di cui spesso la “sinistra liberale” mette in luce – in una specie di “utopia del Capitale” – esclusivamente gli effetti innovativi. È vero infatti che l’automazione presente in molti settori industriali innovativi riduce quantitativamente i posti di lavoro ma crea anche ruoli tecnici in cui ci possono essere operai con funzioni complesse di controllo e verifica sui processi che possono essere anche premiati economicamente. Non si può parlare di superamento del taylorismo in tutti i settori ma certo – pensiamo all’industria dell’auto, dalla Toyota alla FCA – alla subordinazione del lavoro al macchinario della catena di montaggio si sostituiscono, secondo i metodi messi a punto dal management giapponese, il just in time e la flessibilità delle mansioni, con un ricorso costante all’intervento dei lavoratori nell’adempimento della “filosofia” aziendale. Insomma più saperi tecnici, più interventi degli operai e salariati nel rendere più fluido e senza sprechi il processo produttivo.
Si tratta però di una “messa al lavoro” ancora più intensa di competenze e partecipazione alle finalità produttive per il profitto che non lascia nemmeno spazio per le “furbizie” e la conquista di momenti di tempo liberi dallo sfruttamento. Qui avanzerei una prima risposta alle tesi di eclissi della classe operaia. È vero che in questi settori avanzati la distinzione fra categorie è meno netta che nella fabbrica fordista ma la possiamo anche interpretare come generalizzazione della condizione operaia – di lavoro umano comandato – prevista dal Marx degli scritti preparatori del Capitale noti come Grundrisse (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857/’58)3: la messa al lavoro dell’intelletto generale come fattore produttivo.
D’altra parte gli operai, minoritari in Occidente, sono massa sterminata nei paesi ormai protagonisti dello sviluppo, l’India e la Cina. Ma anche nell’Occidente sviluppato si è generalizzata la condizione operaia nel senso prima indicato. Se ovviamente la densità umana e sociale della working class del suo tempo si è imposta a Marx negli anni Quaranta dell’Ottocento, la nozione marxiana di classe operaia non coincide, infatti, semplicemente con la “tuta blu” ma con la messa al lavoro delle risorse fisiche e intellettuali per il profitto.
Questo vale per i settori in cui ancora prevalgono i rapporti di lavoro a tempo indeterminato – che però coesistono con lavoratori somministrati da agenzie del lavoro (di diritto privato: legge Biagi) o da quelle cooperative create per abbattere il costo del lavoro note come “false cooperative”. Ma mentre lo sviluppo tecnico e l’automazione creano nuovi lavori e funzioni avanzate, ne rendono intanto superflui migliaia e migliaia creando lavoro povero in un mercato del lavoro spietatamente concorrenziale e disoccupazione tecnica che nessun corso di formazione o nessun centro per l’impiego possono superare. L’individuazione della disoccupazione tecnica del resto risale agli anni ’10 del Novecento4! Ma accanto a questi settori è cresciuto come è ben noto il lavoro terziario di servizi comunicativi, progettuali, alla persona o anche semplicemente parasubordinati con contratti a tempo determinato. In questo settore coesistono attività manuali e tradizionali con attività ad alto contenuto progettuale, persone che hanno abbandonato precocemente la scuola e altre con alta e talvolta altissima scolarità. Definire – come viene spesso fatto – i molti lavoratori stabili e precari, con difficoltà economiche che impediscono spesso di progettarsi una vita indipendente dalla famiglia, una massa plebea e rancorosa contrapposta a un cosiddetto e indefinito ceto medio o medio alto colto tendenzialmente progressista, non solo attribuisce a questa “massa” i suoi bisogni come colpe, ma evita di analizzare le differenze di ruoli, figure, formazione e quindi immagini del futuro di questa “massa” di lavoratori poveri. Lavoratori che dipendono dalla chiamata dell’agenzia o direttamente dell’imprenditore e per i quali il tempo di vita è interamente colonizzato dal lavoro, dalla sua progettazione, dalla sua organizzazione che spesso è autorganizzazione. Pur con forzature polemiche Sergio Bologna negli interventi de Il lavoro autonomo di seconda generazione5ha contribuito a mettere a fuoco più di vent’anni fa le risorse e i problemi di questi lavoratori ormai non più “atipici”. D’altra parte l’importanza della speculazione finanziaria nel creare profitti indebolisce certamente il potere contrattuale dei lavoratori ma non sostituisce certo la materialità dei processi produttivi nella globalizzazione. Possiamo certamente ritenere produttivo il settore della logistica così centrale nella produzione di profitti e nella trasformazione del paesaggio produttivo anche delle periferie6.
Precarietà e coesistenza, spesso negli stessi luoghi, di lavoratori stabili e precari, attacco costante alle prestazioni del welfare hanno creato una percezione di insicurezza che è reale, alla quale, come è noto, precise agenzie politiche e il sistema dei media indicano invece un falso obbiettivo: la concorrenza dei migranti e la società “meticcia” come minaccia invece che come occasione.
Organizzare insieme gli operai “quasi ingegneri” e quelli resi “quasi superflui”, gli stabili (la cui stabilità è necessaria per le elevate funzioni nella catena del comando) e i precari, gli autoctoni e i migranti. È probabilmente questo il problema che ci si deve porre e senza passare dal quale gli stessi appelli umanitari rivolti all’accoglienza dei migranti, cui certo non si deve rinunciare, rischiano di restare inutili.
Il movimento operaio ha affrontato più volte, nel corso di due secoli, crisi e depressioni (dal 1874 circa agli anni Novanta dell’Ottocento; dopo la crisi statunitense e poi mondiale dopo il 1929); trasformazioni nell’organizzazione del lavoro; flussi migratori intensissimi prima della Grande Guerra verso l’America Latina e verso gli Usa, negli anni fra le due guerre in Francia e Inghilterra e in tutta Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale con la variante delle intense migrazioni interne. Ma fin dagli esordi della modernità capitalistica le migrazioni sono state indissociabili dal suo sviluppo: anche quando i “migranti”, i “diversi”, erano scozzesi, irlandesi, belgi, a dimostrazione evidente che la percezione della “differenza” è una costruzione sociale e che la classe operaia non può che essere plurinazionale e integrare uomini e donne di diverse comunità. Come spiegare altrimenti le popolazioni di modesti centri artigianali superare rapidamente i 500 mila abitanti nel corso di tutto l’Ottocento inglese?7
Oggi tutti questi problemi convergono in una fase di crisi economica da cui il nostro paese – non posso qui entrare in analisi più generali – non è uscito con una consistente e significativa ripresa dopo la crisi dei subprime del 2006.
Da queste note sparse mi sembra possa emergere il carattere ideologico della tesi dell’eclissi dei lavoratori come classe centrale nella società. Lavoratori al plurale quali sono sempre stati anche ai tempi delle sintesi politiche che non dubitavano di sè stesse.
Quali segmenti del mondo del lavoro e quali soggetti organizzati possono, allora, essere considerati centrali nella ricomposizione della tragica frammentazione che stiamo vivendo mi sembra l’interrogativo centrale.
Oggi la rappresentanza politica di una bene individuata composizione di classe – con tutti i problemi che essa pone – sembra consegnarci una crisi d’epoca. Quella sindacale, pur grave, invece riceve ancora da parte di tanti lavoratori una domanda tenace che sopravvive alle sconfitte. Certamente perdura il problema che i sindacati non si sono attrezzati ancora alle lunghe filiere di imprese, come la FCA. Ma almeno in Italia i sindacati e soprattutto la Cgil restano organizzazioni di massa – i numeri dati a casaccio su radicali cadute nelle iscrizioni sono appunto spesso a casaccio e frutto di una comunicazione superficiale o intenzionale – in cui si manifesta anche a una domanda di servizi che non dovrebbe essere completamente disprezzata. Spesso i Caf o gli sportelli legali sono una prima occasione di contatto col sindacato. Ma soprattutto al sindacato si chiedono capacità di contrattazione e di accompagnamento nel mercato del lavoro in una situazione in cui però drammaticamente manca al sindacato un interlocutore istituzionale costante e credibile.
Il ruolo di una sinistra politica in grado di non limitarsi alle analisi potrebbe essere, oggi, quello di fare da ponte, attraverso i nostri militanti, fra le pratiche se non fra le organizzazioni della Cgil, dell’Usb incisiva nella logistica, di associazioni come Acta8. Ogni volta che – in sedi modeste come alcune mailing list – si prova a discutere fra dirigenti e intellettuali che fanno riferimento a questi mondi, le discussioni sono aspre ma è anche vero che sono discussioni in cui tutti i partecipanti concordano almeno sulle realtà sociali e produttive di cui si parla. Un coordinamento di delegati e RSU potrebbe essere una base di partenza al cui interno i migranti non sarebbero più la “schiuma della terra” oggetto di biopolitica ma lavoratori da organizzare.

*Già ordinaria di storia contemporanea, Università di Bergamo.

Note
1 Non mi occupo qui di dare una definizione dei populismi di questi anni né dei loro rapporti – o non rapporti – coi populismi storici o di una possibile declinazione a sinistra sulla scorta delle note tesi di Chantal Mouffe ed Ernesto Laclau. Mi limito a dichiarare la mia estraneità a quelle tesi per ragioni che si possono ricavare anche da questo intervento.
Neue Rheinische Zeitung, 29 giugno 1848
3 A cura di Enzo Grillo, Firenze, La Nuova Italia 1971/1974. Si veda anche a cura di Marcello Musto, I Grundrisse di Karl Marx. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo, Pisa, edizioni ETS 2015. In particolare interessante il terzo capitolo in cui i contributori ricostruiscono la disseminazione e ricezione dei Grudrisse in tutti i paesi in cui sono stati tradotti.
4 Max Lazard, Le Chômage et la profession, contribution à l’étude statistique du chômage et de son coefficient professionnel, Paris, Alcan 1909.
Il lavoro autonomo di seconda generazione a cura di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli, Milano, Feltrinelli 1997.
6 Mi sia permesso un’annotazione legata alla mia personale biografia. L’apertura ormai una quindicina di anni fa di un grande centro logistico di Amazon a Stradella, mia città d’origine, mi è parso significativo di questi nuovi rapporti fra centro e periferia.
L’Oltrepo collinare – un territorio in continuità geografica e in passato politica col Monferrato piemontese – era ed è tuttora dedito all’agricoltura specializzata. Una terra di vigneti e cantine sociali dove l’industria era presente in forma limitata: un po’ di alimentari, la “cementifera” ora ospita anche monumentali centri commerciali e centri logistici mondiali come Amazon. Gli immigrati – soprattutto senegalesi – garantiscono la continuità del lavoro agricolo, li si incontra insieme ai pensionati nei pochi bar dei paesi e la loro evidente utilità ha almeno finora limitato a qualche manifestazione esecrabile ma folkloristica le espressioni di xenofobia e/o razzismo. Finora (settembre 2019) la forza della realtà sembrerebbe contrastare in quei territori l’immaginario xenofobo alimentato da ben note agenzie politiche e mediatiche anche se il “finora” è purtroppo d’obbligo.
7 Per questi problemi negli anni fra le due guerre in Francia, un mercato del lavoro che riceve una pluralità di lavoratori migranti comparabile a quello degli Usa, mi permetto di rimandare a Maria Grazia Meriggi, Entre fraternité et xénophobie. Les mondes ouvriers parisiens dans l’entre-deux-guerres et les problèmes de la guerre et de la paix, Nancy, Arbre bleu éditions 2018.
8 Associazione Consulenti del Terziario Avanzato, una delle organizzazioni nate dal lavoro collettivo intorno ai lavoratori autonomi di seconda generazione.

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