lunedì 8 agosto 2016

SOCIETA' ITALIANA E SINGLE. C. MORVILLO, Ecco gli Sneet, i nuovi single Né fidanzati, né a caccia, né in flirt, CORRIERE DELLA SERA, 4 agosto 2016

L’amore riguarda tutti. Anche chi l’ha perso. Anche chi non l’ha ancora trovato. È un luogo dove senti che “in due e meglio” e appartiene anche a noi single che un amore non l’abbiamo. Per noi, è il luogo dell’attesa e può essere un bel posto. Non me ne vogliano quelli che preferiscono stare in coppia, anche se ci stanno male, anche se ci si annoiano. 


Stando a un’analisi della Coldiretti sul censimento Istat 2015, i single italiani sarebbero quasi sette milioni e 700 mila, il 41 per cento in più rispetto a dieci anni fa. Aumentiamo di anno in anno. Invecchiamo soli, di anno in anno. La singletudine è sempre meno una condizione transitoria. E sono sempre di più le persone che non fanno nulla per cercare l’amore. A voler parafrasare l’acronimo Neet – quello sui giovani che non studiano, non lavorano, non cercano un impiego, che sono Not in Education, in Employement, in Training – sta crescendo la popolazione degli Sneet: Single Not in Engagement, in Expecting, in Toying. Più o meno: né fidanzati né a caccia né in flirt. Una folla che preferisce una serie tv o un libro sul divano piuttosto che una festa dove «vieni, che c’è un sacco di gente nuova». Dicono quelli di «buon senso» che, ad aspettare il partner giusto, si rischia di chiudersi in una corazza. Ma i single coriacei, gli Sneet, non li ascoltano, sono estremi, non danno chanches al destino. Sono capaci di non concedere neanche un primo caffè. Anche per gli Sneet «in due è meglio» ma solo se l’altro gli aggiunge qualcosa.
«L’altro» da qualche parte ci sarà, ma è un Pokémon raro, uno Zapdso o un Mewtwo che riconosci al primo sguardo o pazienza. La svolta è capire che si può essere single accortamente aperti a qualche evenienza. Per farlo, è utile sfatare il mito dell’autosufficienza di cui facilmente gli Sneet sono affetti. Più stai bene da solo, meno fai entrare qualcuno. L’altro è una seccatura, sono le sue scarpe abbandonate nel mezzo del nostro ordinatissimo salotto, sono i suoi problemi che diventano i nostri, quando noi siamo invece bravissimi a risolverci i problemi da soli. Essendo stata un po’ Sneet, posso testimoniare che l’autosufficienza comporta manie di perfezionismo e di autocontrollo. A lungo, la sera, mettendomi a letto, facevo il mio esame di coscienza e puntualmente mi dicevo che avevo sbagliato qualcosa io. Valeva su tutto. Potevano mettermi sotto sulle strisce mentre passavano con il rosso (è successo) ed ero io che non avevo guardato. Capite che, a pretendere tanto da se stessi, si finisce per pretendere troppo da chiunque. E per allontanare chiunque. Poi, in uno dei giorni della mia fiera singletudine, mi sono imbattuta in Brené Brown, che è una sociologa americana diventata una star per i suoi studi sulla vulnerabilità.
La vulnerabilità, per me, era una parolaccia. Perché sei vulnerabile quando sei fragile, debole, e io invece volevo essere forte, avere tutto sotto controllo, non aver bisogno di niente e di nessuno. Sarà un fatto generazionale, ma volevo essere Wonder Woman. Io, se uno mi piaceva perché era dolce, lo bloccavo su Whats App, perché il bisogno di dolcezza era una debolezza che non dovevo permettermi. E se uno amava oziare la domenica, lo cassavo, perché la pigrizia era una debolezza imperdonabile. La vulnerabilità era il mio personale baratro ed era fatale che ne sentissi la fascinazione. Mi ci sono immersa e ho capito che, se non l’accetti, uscendo da quella smania di autocontrollo, non puoi avvicinarti davvero a un’altra persona, non puoi consentire all’altro di avvicinarti. Puoi solo essere giudicante, non puoi arrivare nemmeno al primo caffè. Ho capito che dire «io mi basto da sola» è un modo per non aver bisogno dell’altro. Per non temere di esserne ferita. È la famosa «corazza» di cui tanti parlano, forse non per sentito dire. Far pace con la vulnerabilità è il primo passo per uscire da certe singletudini ostinate. Ma è il primo di molti. Perché, poi, l’amore è fare di due uno. È fare di quell’uno un «due» dalla forza moltiplicata all’ennesima potenza. L’amore è amare nell’altro quello che non sono, ma posso essere. E, viceversa, l’amore è lui che ama in me quello che può diventare. L’amore è farsi un uno in divenire. «In due è meglio» quando tu aggiungi qualcosa all’altro e lui aggiunge qualcosa a te. Noi single del mondo non sempre c’incontriamo perché uscire dall’individualismo spaventa. Perché, quando ti fai uno insieme a un’altra persona, rinunci per forza a qualcosa. Devi entrare e uscire da te stesso, guardarti da fuori, perdere qualcosa, ma è il modo più straordinario per ritrovarsi migliori. Ed è un gioco bellissimo, a volerlo giocare.

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