venerdì 11 settembre 2020

ANTROPOLOGIA. LA MORTE DI D. GRABER 2. A. PRUNETTI, David Graeber, la verità ai margini dei movimenti, IL MANIFESTO, 5 settembre 2020

 È morto prematuramente all’età di 59 anni in un ospedale di Venezia l’antropologo statunitense David Graeber. L’annuncio della scomparsa è stato dato dalla moglie, l’artista Nika Dubrovsky.


Figlio della working class, madre operaia, iscritta al sindacato Ladies’ Garment Workers’ Union, padre anch’egli lavoratore manuale, combattente nella guerra civile spagnola del 1936 nella brigata di volontari nordamericani che lottarono contro i franchisti, anarchico sin dall’adolescenza, David Graeber era riuscito a tenere un piede nell’accademia e uno nei movimenti di base. Da qui derivava la nota etichetta di «antropologo anarchico».

UN DOPPIO LEGAME che gli aveva procurato anche qualche difficoltà: dopo un periodo di formazione come etnografo in Madagascar aveva subito pressioni dall’establishment dell’accademia americana e si era trasferito a Londra, prima alla Goldsmiths e poi alla London School of Economics. Difficoltà accademiche che lui spiegava in questo modo: «Vengo dalla classe sbagliata: ho un background working class».

La sua militanza politica anticapitalista e la sua ricerca accademica erano intrecciate, al punto che arrivò a scrivere un’etnografia del movimento Occupy Wall Street, di cui è stato una figura di primo piano. Si è dedicato all’analisi delle teorie economiche del valore e del debito, ha studiato la burocrazia – i paper work che nonostante le tecnologie digitali si prendono il grosso di ogni attività lavorativa, obbligandoci a lavorare di più e peggio – prendendo come case study le difficoltà incontrate nella cura e nell’assistenza della sua anziana madre. Si è impegnato per ripensare il nocciolo teoretico dell’anarchismo, intendendolo non come un’ontologia ma come un pensiero eclettico e pragmatico. Ha analizzato in molti articoli e in un importante saggio i bullshit jobs, sia i lavori da white collar privi di ogni fascino creativo che quei lavoretti dirty dangerous and demanding che adesso si scoprono essenziali ma che sono pagati nel Regno Unito al minimo, eseguiti perlopiù da migranti e da donne.

LA SUA OPERA è stata introdotta in Italia dalla casa editrice anarchica Eleuthera di Milano, che ha dato alle stampe Frammenti di antropologia anarchica (2006), Critica della democrazia occidentale (2012) e Oltre il potere e la burocrazia (2013). In seguito, altre case editrici hanno pubblicato molti suoi saggi, tra cui il bestseller Debito. I primi 5000 anni (2012) coi tipi de Il saggiatore, mentre Garzanti ha stampato l’edizione italiana di Bullshit jobs (2018).

DAVID GRAEBER ha sostenuto i movimenti contro l’austerità, le lotte nel Rojava, le reti di studi accademici formate da ricercatori e ricercatrici antiautoritari e di estrazione sociale working class, sui due lati dell’Atlantico. Nonostante le luci della ribalta si fossero accese su di lui, non aveva perso né lucidità né semplicità. Era un personaggio facile da incontrare tra i margini dei movimenti, nelle occupazioni, nei seminari universitari. Di lui rimarrà il ricordo italiano di uno splendido intervento al Teatro Valle occupato di Roma, nel 2012, con Bifo Berardi al suo fianco.
Qualche tempo fa aveva scritto un articolo molto significativo sulla classe operaia bianca in cui era cresciuto, accusata di essere ormai sciovinista e destroide. In realtà raccontava un’altra storia rispetto alla compiaciuta narrazione mainstream che vuole gli operai egoisti tanto quanto i borghesi. Descriveva una classe costretta per pura sopravvivenza alla solidarietà, una caring class, più che una working class. Che si prende cura più di quanta ne riceve, nella società. Che oggi costruisce meno ponti ma pulisce più anziani nei letti. Che è costretta a accudire i ricchi, come una maledizione. Le donne sono obbligate a conoscere le vite degli uomini, i neri dei bianchi, i poveri dei ricchi. E non funziona all’incontrario. Quindi cosa ne sapete della working class?, sembrava chiedere Graeber.

INSTANCABILE nonostante fosse tirato da ogni lato, rispondeva col suo inglese tutt’altro che snob, frammentario come le mail che mandava ai suoi traduttori. Colpiva fisicamente la sua giovinezza (dimostrava meno anni di quanti ne avesse), ma in qualche modo dava l’idea di essere perennemente affaticato dalle richieste di un attivismo politico e accademico che non conosceva tregua.

Un «estrattivismo» di «risorse umane», di quel care, di quella cura emozionale che lo portava a prendersi a cuore e farsi carico delle istanze sociali e politiche fondamentali e che forse ha contribuito a minare la sua salute. Scriveva: «Siamo già tutti comunisti mentre collaboriamo a un progetto comune, siamo tutti anarchici quando proviamo a risolvere un problema senza ricorrere a polizia o avvocati, o siamo rivoluzionari quando ci impegniamo in qualcosa di genuinamente nuovo».

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