martedì 22 marzo 2016

PATERNITA' MATERNITA' OMOGENITORIALITA'. F. BIANCHI, Un bambino e due papà, sentenza storica: orientamento sessuale non sia discriminante, L'ESPRESSO, 21 marzo 2016

Ci sono doni inaspettati che cambiano per sempre il corso della vita. Ad esplodere di felicità oggi è una coppia di quarantenni omosessuali romani che si sono visti riconoscere dal Tribunale per i minori di Roma, in via definitiva, il diritto alla piena e legittima genitorialità del figlio di sei anni.



Per un'ironia del destino, in un'Italia socialmente tollerante con una coppia di madri ma ostile ad una coppia di padri, sono uomini i primi omosessuali ad avere potuto adottare il figlio del partner, superando in velocità le cause di molte coppie di donne impigliate tra le maglie dei ricorsi in appello e in Cassazione.

Nel loro caso infatti, il pubblico ministero, pur essendosi dichiarato contrario durante il procedimento, non ha fatto ricorso alla sentenza di primo grado nei termini previsti dalla legge. E giurisprudenza è fatta. Quella “stepchild adoption”, l'adozione del figlio del coniuge, che la politica voleva stralciare in nome di un bigottismo fuori tempo, è stata non solo confermata dalla società ma anche e soprattutto da una giustizia dimostratasi lungimirante.

«È una sentenza che tutela l'interesse massimo del minore e applica quel principio della continuità affettiva ribadito dalla legge sulle adozioni del 2015», ha spiegato Melita Cavallo, l'ex presidente del Tribunale dei minori responsabile della sentenza, in un'intervista all'“Espresso”.

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In questa storica sentenza la Cavallo racconta come nell'applicazione dell'articolo 44 della legge 184 che disciplina le adozioni speciali anche per le coppie non unite in matrimonio, l'orientamento sessuale non possa essere una variabile discriminatoria. Sottolinea anche che «il desiderio di avere figli, naturali o adottati, rientra nell'ambito della vita familiare, nel vivere liberamente al propria condizione di coppia riconosciuto come diritto fondamentale, e anzi ne sia una delle espressioni più significative». Infine ribadisce che, dato il vuoto legislativo italiano, «i giudici di Strasburgo antepongono ad ogni valutazione circa l'eventuale liceità del ricorso a metodi alternativi di procreazione (…) la necessità di salvaguardare il primario interesse del minore a definire la propria identità come essere umano, compreso il proprio status di figlio o di figlia di una coppia di genitori omosessuali».

I due padri romani si sono conosciuti durante gli anni universitari instaurando una forte amicizia che con gli anni si è trasformata in sentimento passionale. Dopo sette anni di vita insieme entrambi hanno sentito il desiderio di un figlio e, dopo un'attenta valutazione delle opportunità, hanno deciso di recarsi in Canada, il Paese ritenuto più consono per realizzare il loro progetto di vita. Qui si sono prima sposati e poi, grazie alla disponibilità di una madre surrogata che fa ancora parte a pieno titolo della vita affettiva della famiglia, hanno messo al mondo un bambino. Sono rimasti due mesi in Canada, accanto alla madre surrogata, e poi hanno portato il bambino in Italia, dove ha ricevuto il sacramento del battesimo.

«Sono stata molto colpita dalla loro scelta», spiega la giudice: «In Canada la maternità surrogata è a titolo gratuito, il beneficio principale per la donna è che può astenersi dal lavoro in gravidanza e passare più tempo con la sua famiglia. E poi è pienamente regolamentata e consente al bambino di mantenere un rapporto affettivo con chi l'ha partorito».

La sentenza positiva è arrivata soltanto dopo un'attenta valutazione dello sviluppo psicofisico del bambino, della sua vita familiare, della sua abitazione, del rapporto che i due genitori hanno a loro volta con i propri genitori e del ruoli che zii e nonni ricoprono nell'ambito familiare.

«Occorre interrogarsi sull'utilizzo di queste biotecniche e comprendere il desiderio di avere un figlio che non è un diritto ma un desiderio umano che finalmente può essere esaudito. Perché impedirlo? Sembra che qui in Italia un bambino senza madre non possa sopravvivere. Ma se il bambino è a conoscenza di chi l'ha generato e con lei mantiene un rapporto di familiarità allora non ha perplessità sulle sue origini e cresce sereno anche con due padri».

La Cavallo ha sottolineato come la difficoltà maggiore per questi bambini è data dal condizionamento degli adulti «perché i bambini di loro accolgono tutti».

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